Bombe nell’auto, Ulisse resta in carcere

Il giudice convalida l’arresto: l’accusa è introduzione clandestina di armi e ricettazione. L’uomo respinge tutte le accuse
MONTESILVANO. Floriano Ulisse, custode di un arsenale da guerra, ha «una spiccata pericolosità». Possedeva «armi con notevole potenza di fuoco e ordigni esplosivi di rilevante capacità deflagrante. Se torna in libertà, può ricommettere altri gravi reati della stessa specie». È la conclusione a cui giunge il gip Elio Bongrazio nell’ordinanza che conferma il carcere per Ulisse, pregiudicato di 65 anni, arrestato mercoledì a Montesilvano, in via Agostinone, perché nascondeva in una Fiat Panda due bombe a mano, un mitra, due pistole e munizioni per fucili kalashnikov. Un carico che serviva per una rapina, forse a un portavalori. Le 5 pagine del provvedimento firmato dal giudice ripercorrono le fasi del blitz dei carabinieri del nucleo investigativo di Chieti.
L’OPERAZIONE
È scattata nell’ambito di «un’attività contro il traffico di armi e di esplosivi durante la quale i carabinieri acquisivano da fonte confidenziale di comprovata attendibilità che l’indagato potesse occultare illegalmente armi». E i sospetti degli uomini del colonnello Florimondo Forleo e del maggiore Marcello D’Alesio si sono dimostrati fondati.
L’INTERROGATORIO
Ulisse, difeso dagli avvocati Giancarlo De Marco e Giuseppe Pantaleone, ha respinto ogni accusa. «L’indagato», scrive il gip «ha evidenziato che, all’atto del controllo, la porta lato passeggero non era chiusa a chiave e dichiarava di aver smarrito la chiave del veicolo circa due settimane prima. Aggiungeva che alcuni giorni fa aveva inoltrato un messaggio alla proprietaria dell’auto per sapere se costei ne avesse una copia e che, alle ore 18.30 del giorno precedente all’arresto, aveva controllato tutte le porte che erano risultate chiuse». Ulisse ha concluso «assumendo di avere sospetti di ritorsione da parte dei familiari del precedente marito della nuora, di etnia rom».
LE CONTRADDIZIONI
Ma questa ricostruzione, secondo il giudice, «è contraddittoria e, quindi, non credibile. Innanzitutto, la vettura non aveva segni di effrazione: ne deriva che la portiera può essere stata aperta solo con l’apposita chiave. Anche se nel prosieguo dell’indagine si appurasse che Ulisse ha inviato un messaggio alla nuora per chiederle “una copia della chiave” ciò non dimostrerebbe che egli non fosse comunque in possesso di quella originale. Circa lo smarrimento di questa, infatti, si osserva che appare inverosimile che l’indagato, nella sua qualità di custode giudiziario di un veicolo sottoposto a sequestro amministrativo, non denunci nell’arco di 15 giorni lo smarrimento di una chiave con il rischio di incorrere in sanzioni amministrative e penali. In merito Ulisse - che nell’interrogatorio si è definito “persona puntigliosa e ripetitiva” - non ha saputo dare alcuna spiegazione».
GLI ORARI
Sempre durante l’udienza di convalida, l’indagato ha sottolineato come i carabinieri gli avessero «comunicato di aver posto sotto osservazione la vettura dalle ore 23.30 della sera precedente e, dunque, appare assai poco probabile che terzi abbiano collocato a sua insaputa le armi e le munizioni nel ristretto arco temporale tra le 18.30 e le 23.30». Per il giudice va anche considerato che la Panda era parcheggiata «a poca distanza dalla via pubblica (circa 3 metri), all’interno di un cortile di un comprensorio molto abitato, a meno di 50 metri dalla caserma dei carabinieri». Tale circostanza «rendeva oltremodo rischiosa la collocazione di un ingombrante e pesante carico di armi e munizioni come quello sequestrato. Non da ultimo, non appare logica la tesi della “infamata” sostenuta dall’arrestato perché, stando alle sue stesse parole, i motivi di astio vi sarebbero tra il gruppo di etnia rom e suo figlio, e non con l’indagato. Infine un’eventuale vendetta non avrebbe necessitato l’introduzione clandestina di un compendio di armi e munizioni di così rilevante entità e del valore notevole che sarebbe stato sicuramente sequestrato e, quindi, sottratto alla loro disponibilità; sarebbe stata sufficiente la collocazione di un’arma e qualche munizione per ottenere lo scopo indicato da Ulisse».
LE CONCLUSIONI
«Può dunque ritenersi che sia proprio l’arrestato», scrive il gip «ad aver inserito le armi nell’auto». È scattata anche l’accusa di ricettazione perché una delle pistole aveva la matricola abrasa, quindi va classificata come arma clandestina. «La custodia in carcere richiesta dal pm Paolo Pompa», chiude il giudice «risulta l’unica adeguata in quanto proporzionata allo spessore della condotta criminosa dell’arrestato e alla sua pericolosità».

