Borsellino, il caposcorta che cambiò turno: salvato da testa o croce

Si scambiarono il turno affidandosi alla sorte, da allora non si dà pace «È stato il destino a volere che non andassi incontro alla morte»
PESCARA. «È stato il destino a volere che non andassi in via D’Amelio».
Sono passati 32 anni dalla strage ordinata da Cosa nostra per eliminare il giudice Paolo Borsellino. Era il 19 luglio del 1992, una domenica. Alle 16,58 la Fiat 126 di colore amaranto, imbottita con 90 chilogrammi di tritolo, esplode sotto il palazzo dove abitavano Maria Pia Lepanto e Rita Borsellino, la madre e la sorella del magistrato dalle quali quest’ultimo si era recato in visita.
Il boato scuote Palermo. Borsellino muore insieme a cinque agenti della scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto fu l'agente Antonino Vullo, che al momento dell'esplosione stava parcheggiando una delle due auto usate per seguire del magistrato antimafia.
Anche Nicola Francesco Catanese doveva trovarsi con la squadra, ma il destino gli andò incontro e gli passò accanto senza sfiorarlo. Il caposcorta di giornata cambiò turno: deve la sua vita a un “testa o croce” con una monetina.
Aveva 29 anni, Catanese, quando la mafia ordinò di uccidere anche il giudice Borsellino, 57 giorni dopo la strage di Capaci, costata la vita a Giovanni Falcone, alla moglie Francesco Morvillo, e a tre uomini della scorta.
Ora Catanese ha 61 anni, da poco è in pensione. L’ex poliziotto risponde per telefono dalla sua città, Messina. È un uomo molto gentile, segnato per sempre dal dolore per la morte dei suoi cinque colleghi della polizia di Stato. E da allora prova un senso di colpa che non si cancella più.
Nicola Catanese, come si è salvato dalla strage? Cosa le accadde quel giorno di 32 anni fa?
Devo tutto a mia moglie e al suo compleanno. Stavamo per sposarci e voleva che stessi con lei. La chiamai da una cabina telefonica, quelle a gettoni di una volta, prima di partire da Villacarini per scortare il magistrato.
Allora rientro e dico ai ragazzi: vorrei smontare perché dovrei andare a casa, chiediamo il cambio. Eravamo sei in totale e ci giocammo quel cambio con il turno successivo lanciando una monetina: uscì croce, ed colleghi del turno pomeridiano arrivarono a Villagrazia di Carini, dove il giudice soggiornava d’estate con la famiglia, e ci sostituirono.
Se invece fosse uscito testa avremmo riaccompagnato noi il giudice Borsellino in via D’Amelio, e il cambio l’avremmo fatto dove c’era l’autobomba. Palermo-Messina non è dietro l'angolo. Viaggiai per 250 chilometri ascoltando una cassetta di disco music. Non sapevo niente della strage, né a casa sapevano che sarei tornato in anticipo. Suonai il campanello a casa di mia madre. Lei aprì la porta e mi abbracciò, piangendo a dirotto.
Borsellino sapeva che era arrivato l’esplosivo destinato a lui. Cosa disse a voi della scorta?
Lui l'aveva detto già pubblicamente in un’intervista. Sapeva che l'esplosivo era arrivato per farlo fuori, e conosceva il rischio a cui andava incontro. Ma era preoccupato per noi. Per la sua scorta. Perché Borsellino ci ha sempre tenuto in considerazione. Ci ha sempre rispettato.
Nessuno si accorse della 126 carica di tritolo: prova sensi di colpa per non essere stato in via D’Amelio?
Se non avessimo fatto il cambio a Villacarini l’avremmo fatto in via D’Amelio. Me lo chiedo tutte le mattine. Anch’io potevo morire nella strage, o potevamo morire tutti, entrambe le scorte. Oppure uno di noi poteva accorgersi in tempo di quella Fiat 126 e ci saremmo salvati tutti. Sono domande che mi faccio da 32 anni. Ma non riesco a trovare le risposte.
Perché è importante ricordare, ogni anno, gli eroi di via D’Amelio?
È giusto che sia perché quei miei colleghi hanno dato le loro vite per proteggere persone come Borsellino. Il dottore Paolo Borsellino e il dottor Falcone, e tanti altri magistrati. Sono caduti per combattere la mafia, questa brutta piaga.
Oggi, a mio parere e senza offesa per nessuno, si fa troppo poco per ricordarli. Ma non voglio entrare in polemica con nessuno. Ai ragazzi che incontro dico sempre di imparare a combattere le mafie e di non farsi mai piegare dall’illegalità. Loro percepiscono il messaggio. E questo mi basta.
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