Bozza va in pensione: «Lascio un Tribunale aperto e vicino alla città»

Arrivato da Trento nel 1981 ha svolto tutta la sua carriera a Pescara: abbiamo messo in campo, con avvocati e Procura, tante buone prassi
PESCARA. Ieri è stato l'ultimo giorno di lavoro per Angelo Mariano Bozza, presidente del tribunale di Pescara che da domani sarà ufficialmente in pensione.
Una storia tutta pescarese, quella di Bozza, conclusa con otto anni alla guida del tribunale. «Un bilancio sicuramente positivo. Il primo obiettivo era quello di rendere il palazzo di giustizia aperto alla cittadinanza: non fosse chiuso nelle stanze, che non ci fosse la burocrazia della giurisdizione, ma una giurisdizione efficiente, al meglio, con tutti i limiti e i problemi che comunque ha la giustizia italiana. Pescara non è diversa dalle altre sedi. Sicuramente abbiamo migliorato in tante cose: i tempi di definizione dei processi si sono indubbiamente ridotti, così come i numeri dei processi. Abbiamo messo in campo, insieme agli avvocati e alla procura che ci è sempre stata vicina, tante buone prassi».
Un rapporto con l’avvocatura che è stato sempre ottimale.
«Ed è così. Mi piace pensare che a Pescara abbiamo creato un laboratorio con la collaborazione di tutti e anche con altri ordini professionali. Un laboratorio di quelle che oggi vengono chiamate nuove prassi: questo è un dato fondamentale perché una giustizia che sia partecipata significa già di per sé spianare tanti problemi».
Qual è stata, se c’è stata, la difficoltà più grande da superare nella gestione di questa cittadella della giustizia?
«Le difficoltà sono venute da fattori esterni e dai problemi legati al terrorismo che ci hanno costretto a chiuderci dentro, a creare una sorta di cittadella fortificata per ragioni di sicurezza. E poi c'è stato il periodo tragico della pandemia: sono stati tre anni difficili che ci hanno costretti a chiuderci ancora di più. Ci sono stati sei mesi davvero tragici, poi c’è stata la ripresa anche veloce, se vogliamo».
Quanto ha inciso la pandemia?
«Ha inciso nei rapporti umani che si sono tutti ridotti. Giravo per il tribunale con un mio dirigente nel deserto. Però devo dire che comunque, anche da questa tragedia sono nati fatti positivi: una giustizia, ad esempio, molto più telematica rispetto a prima e questo è stato un grosso salto di qualità».
Ci sono stati anche diversi processi importanti e delicati come quello di Rigopiano.
«Certamente. Noi abbiamo comunque cercato di fare giustizia e poi bisognava gestirlo e trovare anche soluzioni tecniche per garantire al meglio le garanzie processuali a tutti».
La sua gestione ha avuto sempre una grande attenzione per il sociale e la cultura.
«Ho cercato di favorire l’inserimento del Tribunale nel contesto della realtà locale, non solo sotto il profilo strettamente istituzionale e di rapporti formali e sostanziali con gli altri organi pubblici e di rilievo pubblico, ma di apertura e vicinanza ai cittadini e alle loro formazioni sociali, attraverso i numerosi eventi interni ed esterni di beneficenza e con associazioni del volontariato, come quella con le carrozzelle che è stata un’esperienza bellissima. E poi ho cercato di dare ampio spazio agli studenti con visite guidate di classi dalle primarie agli istituti superiori, visite legate anche alla presenza nel Palazzo di Giustizia di importanti opere d'arte moderne e mostre permanenti. E non ultimo, l’impegno assunto per riuscire a reperire i fondi e procedere al restauro della fontana monumentale realizzata dal maestro Ettore Spalletti».
Una carriera, la sua, praticamente tutta pescarese.
«Sono arrivato da Trento nel maggio dell’81 e sono stato adottato da Pescara dove ci siamo trovati benissimo io e mia moglie: più di 43 anni a Pescara sui 45 totali».

