Buoni affari per bar e locali L’Aquila come ai bei tempi

17 Maggio 2015

Commercianti soddisfatti in centro ma è polemica sui chioschi last minute

L’AQUILA. Un fiume di gente che solca le strade vicine alla zona rossa con i palazzi ancora puntellati e i portoni spalancati ma legati con le catene, locali che riaprono «assecondando le nuove abitudini» dell’Aquila, soldi che ricominciano a girare come se fosse una città normale. «Magari una festa del genere ci fosse una volta al mese», dice Tullio Manieri, 34 anni da pasticciere con 18 mesi di stop per il terremoto del 6 aprile 2009, uno che con il suo torrone allo zafferano ha lasciato gli alpini senza parole. «Durante i giorni normali, qui è un mortorio», racconta Manieri, «fino alle 17 passano i muratori e i camion, poi, niente più e non si sente neanche un rumore. Per fortuna che ci sono i clienti abituali che arrivano anche da 20-30 chilometri di distanza: a loro le paste gliele dovrei regalare». Adesso, con la città invasa dagli alpini per l’88ª Adunata nazionale è un altro scenario, quasi un ritorno al passato prima che la scossa delle 3,32 cambiasse il destino di una città e dei suoi abitanti: «Siamo felici per l’arrivo degli alpini e li ringraziamo: sembra di essere tornati all’Aquila di una volta. Gli alpini ci hanno portato soldi», sottolinea il mastro pasticciere, «ma non possiamo accettare la promiscuità della festa degli alpini con la notte bianca. Da una parte c’erano gli alpini con i loro cori e sembrava una festa mentre dall’altra la musica assordante dei locali improvvisati faceva tremare anche le vetrine delle attività». Il pasticciere e la moglie Paola raccontano: «Abbiamo messo un vaso fuori dall’attività per abbellire la strada e ce l’hanno rotto: abbiamo visto le registrazioni delle nostre telecamere ed è stato un ragazzo con un codino che l’ha preso a calci senza motivo. Se questa parte di città è risorta, il merito è dei commercianti, di quelli che ci sono tutto l’anno, e il Comune dovrebbe accorgersene finalmente».

Braci e abbacchi è aperto dal 13 settembre 2014 e il titolare, Fabrizio Ciotti, è un alpino dal 1991 e se ne vanta esibendo il cappello: «Questo movimento è una botta di salute per l’economia aquilana. Ma la cosa importante è che, stavolta, la gente è venuta qui per fare festa e non per guardare, assistere e aiutare una città distrutta. Buttiamoci il passato alle spalle e guardiamo avanti senza più piangerci addosso: io ho investito in centro perché ci credo». E i tavoli sono pieni di alpini che mangiano gli arrosticini. «Sì, dalle loro parti non si trovano», dice il ristoratore, «e ne mangiano in quantità».

Daniele Di Fabio ha 30 anni e, il 12 dicembre 2013, ha aperto il Public Enemy con menù che richiamano al proibizionismo americano degli anni Trenta: «In base alle previsioni, ci aspettavamo qualcosa in più», spiega lui mentre spilla birra agli alpini, «sulla mole di lavoro ha inciso la presenza massiccia di chioschi ambulanti intorno al centro. Troppi? Forse, ma una manifestazione dai grandi numeri porta sempre questo seguito. Tra i locali, c’è chi ha riempito i magazzini di birra e non la venderà subito. Comunque, l’Adunata degli alpini è la prova che le persone vogliono tornare a vivere il centro. L’altra notte in strada c’era entusiamo: impariamo dagli alpini che cantano e ridono sempre. L’Aquila può tornare a essere quello che era prima».

Una bolgia in centro che, però, si dirada verso la periferia. Nella cerniera della città gli affari viaggiano a un’altra velocità, ridotta: i campi degli alpini sono pieni di tende e camper ma loro hanno già tutto quello che serve, compresi il sale per fare le grigliate e la birra. La festa grande abita in centro, quella parte dell’Aquila che gli alpini osservano incuriositi. Fotografano i puntellamenti e le crepe degli edifici, guardano i portoni delle case pericolanti, quelle contrassegnate dalla lettera E, che dovrebbero essere chiusi e invece sono aperti. È una processione lenta nel quartiere Santa Croce-Lauretana con le case sventrate come se fossero state bombardate. Qui non ci sono negozi: ci si passa solo per arrivare alla festa.

Tra formaggi e prosciutti, gli alpini fanno la fila anche da Paneolio, aperto da martedì scorso: «Gli aquilani sono contenti di tornare in un piccolo negozio», racconta Beatrice Mancini nel negozio con i muri in pietra a vista e il pavimento antico. Qui le abitudini sono cambiate, a partire dagli orari per la spesa: «E noi siamo aperti fino alle 22 per offrire un nuovo servizio». Sì ma gli alpini? «Hanno provato le nostre specialità e ci hanno detto che torneranno prima di ripartire».

Riaperta da sabato scorso anche l’enoteca Garibaldi: «Un grande inizio. Sono contento per la festa, peccato che duri troppo poco. Ce ne vorrebbe un’altra», afferma il titolare Daniele Stratta mentre versa Montepulciano agli alpini di Asti, «ma in città ci sono troppi stand di ambulanti». Infatti, è bastata una Scia per diventare ristoratori e vendere panini, arrosticini e bibite sui marciapiedi. «E i controlli», dice Stratta, «arrivano dopo, quando la festa è già finita e le licenze sono scadute. Mi auguro che, d’ora in avanti, il Comune si occupi anche delle attività produttive che sono state dimenticate per 6 anni».

«Gli alpini? Bravissime persone e comprano pure, soprattutto il panino con frittata e tartufo», dice Oleh Romandash, direttore del Tartufo group che abbina prodotti tipici aquilani e dell’Est dell’Europa, «tra i commercianti c’è qualcuno che approfitta alzando i prezzi mentre noi li abbiamo abbassati un po’ per lavorare di più e un po’ perché gli alpini ci hanno aiutati durante il post-terremoto. Con tutta questa gente sembra che L’Aquila sia tornata quella di una volta».

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