Caccia, ricorso al Tar contro le doppiette

28 Giugno 2021

Impugnata la possibilità di sparare anche sui terreni privati

C’è il primo ricorso al Tar contro l’attività venatoria in Abruzzo. Questa volta, almeno per il momento, il ricorso non scaturisce dalle date di apertura della prossima stagione di caccia, ma riguarda la possibilità o non possibilità di “sparare” sui terreni dei privati. Questione che per i legali rischia di sfociare in una incostituzionalità della norma sulla caccia. Alcuni proprietari, infatti, hanno inoltrato richiesta alla Regione Abruzzo di poter escludere le loro proprietà dalla “zona” di caccia. I motivi a sostegno della causa sono diversi: dai rischi per la propria incolumità, all’inquinamento da piombo del suolo passando per questioni di natura etica. Ma in tanti si sono visti respingere l'istanza ed hanno presentato ricorso. La doccia gelata per la Regione e le 12mila doppiette “nostrane” arriva a soli pochi giorni dall’approvazione, tra l’altro con largo anticipo rispetto agli anni passati, del calendario venatorio 2021/2022.
«La legge prevede che entro 30 giorni dall’approvazione del Piano faunistico i proprietari dei terreni possono fare richiesta per escludere i loro possedimenti», spiega l’avvocato Michele Pezone, «richiesta che deve essere accolta se questa non pregiudica la pianificazione venatoria, ovvero se non è di ostacolo i terreni possono essere sottratti alla caccia». L'attività venatoria in Italia è regolata dalla legge 157 del 92, norma che rappresenta la legge quadro di disciplina di tutta la materia della caccia e tutela della fauna selvatica.
In particolare l’aspetto delle sottrazione delle proprietà private è contemplato nell’articolo 15. «Diversi proprietari terrieri, alcuni sostenuti anche da Soa e Wwf, hanno inoltrato alla Regione formale richiesta di esclusione dei propri fondi dal “terreno” di caccia», prosegue l’avvocato Pezone, «alcuni sono imprenditori agricoli, altri olivicoltori e altri ancora titolari di aziende vitivinicole. In prima battuta la Regione ha respinto tutte le istanze sostenendo che per escludere i fondi questi devono essere recintati secondo determinati parametri. Un aspetto quest’ultimo», spiega il legale, «già oggetto di una querelle precedente: in caso di terreni ampi, infatti, la realizzazione di una recinzione non solo è costosa in termini economici, ma anche impattante a livello ambientale. Per cui basterebbe un semplice cartello che avvisa del “divieto di caccia” in una determinata zona. Successivamente in un secondo momento», aggiunge Pezone, «la Regione Abruzzo ci ha ripensato e ha riscritto a tutti coloro che avevano presentato istanza comunicando loro di inoltrare di nuovo le richieste che saranno accolte solo in presenza di requisiti, per altro, non previsti dalla legge. Benché alcune istanze sono rientrate nei requisiti ed hanno trovato accoglimento come le aziende agricole e vitivinicole, gran parte si sono visti respingere la richiesta e hanno presentato ricorso al Tar».
L’avvocato Pezone infine fa sapere che davanti al giudice solleverà una questione di incostituzionalità nell’interpretazione della norma.
«La Regione in sostanza», conclude l'avvocato, «ha sostenuto che anche se un terreno preso singolarmente non pregiudica la pianificazione venatoria e quindi può essere escluso, tutti insieme nel loro complesso potrebbero creare dei problemi. Secondo noi la Regione Abruzzo non ha applicato, o meglio interpretato bene, la norma, poiché se il discorso non può valere per tutti la legge diventa inapplicabile impedendo ad un proprietario di sottrarre il proprio terreno dall’attività venatoria così come previsto dalla legge stessa».
Alcuni dei ricorsi sono stati patrocinati anche dalle associazioni ambientaliste. L’udienza, rinviata all’8 luglio, si terrà davanti al Tar di Pescara.