Calano il lavoro e l’export Persi altri 4mila posti

Dal 2008 a oggi la forbice sale a 18mila posizioni andate in fumo per la crisi Il professor Mauro: servono politiche per le Pmi, l’ossatura della nostra regione
PESCARA . Nel primo trimestre del 2019 l’occupazione in Abruzzo è scesa dello 0,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Un dato che in termini assoluti si traduce in 4mila posti di lavoro persi, e che si vanno ad aggiungere ai 14mila andati in fumo nel periodo compreso tra il 2008 e il 2018. La grande crisi, dunque, finora è costata all’Abruzzo ben 18mila posti. Ieri l’Istat ha diffuso i dati relativi all’occupazione. Ne viene fuori un quadro tutt’altro che rassicurante per la nostra regione, che in termini percentuali ha perso di più della macro area geografica nella quale è inserita, il Mezzogiorno, dove il calo è stato “solo” dello 0,6% (37mila posti in meno) sempre riferiti allo stesso trimestre del 2018. Il sistema Italia, invece, complessivamente è cresciuto dello 0,6%. A trainare è il Nord (più 1,4%, pari a 166mila occupati in più). Un risultato che fa il paio con un altro report diffuso nei giorni scorsi, sempre dall’Istat. Stiamo parlando dell’export, che per la prima volta dopo diversi anni di crescita, in Abruzzo registra una leggera diminuzione (-0,75%) nel primo trimestre. Ne parliamo con il professor Giuseppe Mauro, ordinario di politica economica all’Università D’Annunzio.
Professore, come dobbiamo leggere questi dati?
«Diciamo che si registra una sostanziale stabilità con tendenza al ribasso. Non ci sono segni di cedimento, però permangono gli squilibri già esistenti. Il problema, è che un leggero l’aumento dell’occupazione si registra solo per la fascia di età over 50. Se analizziamo i vari settori produttivi si può constatare che l’Abruzzo conferma la sua configurazione manifatturiera, con gli occupati che aumentano di 3mila unità, a differenza di quanto accade nel comparto delle costruzioni, che ha perso 4mila occupati rispetto all’analogo trimestre dell’anno precedente. Un trend che fa riflettere, soprattutto se pensiamo ai cantieri della ricostruzione del sisma del 2009 e di quello del 2016. L’agricoltura perde circa 6mila occupati, ma ricordiamo che si tratta di un settore soggetto a forti oscillazioni anche in base agli andamenti stagionali. Una leggera ripresa (duemila unità) la mostra invece il settore dei servizi».
Alla luce di queste considerazioni, secondo lei l’Abruzzo in che direzione sta andando?
«Possiamo dire che l’economia abruzzese non ha ancora superato le conseguenze della grande crisi, del debito sovrano e quelle connesse al sisma e alle recenti calamità naturali. Direi che si trova in “convalescenza” perché permangono difficoltà sia dal lato della domanda delle famiglie, sia dal lato degli investimenti delle imprese, a causa di questa prevalenza dell’incertezza sui mercati».
E l’export?
«Niente di preoccupante, c’è però la sensazione che le esportazioni possano perdere la loro forza trainante dopo anni di progressiva crescita. Negli anni della crisi l’Abruzzo ha potuto contare su un aumento delle esportazioni di ben 14 punti in un decennio, a fronte di un calo di 6 punti del Pil. L’export ha sostenuto l’economia, e questo lo abbiamo detto un sacco di volte. Alcuni settori piuttosto significativi come chimica, farmaceutica, gomma e materie plastiche arretrano rispetto all’anno precedente. Significa che l’export abruzzese si caratterizza ancor più di prima per la voce mezzi di trasporto, che ormai assorbe il 52% del totale, con la provincia di Chieti che da sola raggiunge il 71%. In questo quadro, ci sono alcuni settori endogeni come l’agroalimentare che aumentano rispetto decennio del 72%, grazie ai distretti della pasta e del vino».
Secondo lei, quali sono le strategie complessivamente in grado di aiutare l’economia a uscire dalle secche della crisi?
«Distinguerei tra livello nazionale e locale, e tra obiettivi di breve e medio-lungo termine. Intanto, penso a un piano di inclusione dei giovani e alla riforma della burocrazia che frena lo sviluppo delle imprese. Poi c’è la questione creditizia. Nel 2018 i prestiti all'economia abruzzese da parte del sistema bancario, in linea generale, sono rimasti statici ma sono diminuiti quelli rivolti al mondo delle imprese, e in maniera più rilevante per le piccole imprese. Il credito svolge ruolo fondamentale nel processo crescita dell’economia. Qui si potrebbe creare un fondo a favore imprese che intendono sviluppare attività innovative. L’Abruzzo si sta configurando sempre più come una realtà che ha forti watussi (le grandi imprese) e deboli pigmei. E qui, sottolineo la necessità di stimolare il rafforzamento della piccola impresa che rappresenta l’ossatura endogena nostra economia. Terzo elemento, è quello dell’intervento infrastrutturale, che di per sé è fenomeno anticiclico nei periodi di congiunturale negativa».

