Caldora: «Il concordato per uscire dalla crisi»

6 Febbraio 2015

L’imprenditrice deposita la richiesta per riprendere il cantiere di OperA, progetto da 20milioni firmato da Botta: «In questa fase è l’unica strada per andare avanti»

PESCARA. Non bisogna avere paura di affrontare la crisi, secondo Deborah Caldora, e di recuperare la fiducia sfruttando le possibilità che, all’edilizia martoriata di questi anni, offrono i nuovi strumenti giuridici. E’ con questo spirito che Caldora, figlia di Armando Caldora, storico imprenditore e presidente della prima promozione in serie A del Pescara, non si è arresa alla crisi che ha investito il suo mastodontico cantiere, OperA: il complesso da circa 20 milioni di euro firmato dall’architetto Mario Botta ma che, dopo la prima pietra del 2009, si è fermato nel 2012.

Caldora, in linea con i tempi di crisi ma anche con le recenti riforme della legge fallimentare, ha chiesto il concordato preventivo in continuità aziendale, lo strumento ancora di salvezza di questi tempi che parte da una presa di coscienza delle difficoltà ma che permette a un costruttore – una volta ottenuta l’omologa da parte del tribunale – di riprendere a lavorare. Ed è su questa scia che si è messa Caldora, l’imprenditore che dopo la morte del padre e poco più che ventenne si è caricata dell’azienda di famiglia ereditando dal papà anche la passione per il calcio e diventando, nel 2009-2010, presidente del Pescara. La richiesta di concordato per OperA è stata depositata da poco andando a ingrossare le file del tribunale fallimentare in cui, a partire dal 2012, il ricorso al concordato preventivo è schizzato del 400 per cento.

OperA, con quella A maiuscola rossa in ricordo del papà Armando, è il grande complesso edilizio di 12mila metri quadrati accanto al tribunale e all’università: uno dei progetti più imponenti della città con i suoi 54 metri di altezza, con 12mila metri quadrati e un centinaio di case e uffici in costruzione. «Ma in questi tempi la sospensione dei lavori è stata inevitabile», dice l’amministratore delegato del gruppo Caldora, «perché OperA richiede un impegno finanziario non sostenibile in queste straordinarie condizioni di mercato». L’eccezionalità del momento è quella che, a partire dal 2011, ha segnato l’edilizia e il mercato immobiliare a causa «della chiusura del mercato del credito e della recessione». Una declinazione della crisi che molti imprenditori, di questi tempi, conoscono bene e a cui, chi può, risponde cercando rifugio nello strumento del concordato che, nel caso di Caldora, è allo stato embrionale, a quello di una richiesta che dovrà essere omologata dal tribunale. «Per finanziarie il piano», spiega l’imprenditore, «interverrà l’azienda attraverso la dismissione di alcuni asset aziendali non strategici e con il supporto esterno degli appaltatori per quanto riguarda i lavori di ultimazione del progetto». Tra gli obiettivi del ricorso allo strumento c’è soprattutto quello di riprendere il cantiere e «di portare a termine», spiega ancora, «una delle iniziative immobiliari più importanti del territorio».

L’iter per Caldora è ancora lungo ma è questo lo strumento a cui, recentemente, si sono rivolte molte grande aziende come la Imar, la Sixty di Chieti oppure l’Aca. Nuovi strumenti a cui guardare senza timori e di cui, come aggiunge Caldora, «non bisogna diffidare». «Credo che gli imprenditori più avveduti e penso soprattutto alle nuove generazioni», conclude, «non dovrebbero avere difficoltà ad adattarsi alle nuove metodologie di gestione della crisi: quindi suggerisco di non diffidare di questi strumenti giuridici che, anche se laboriosi e complessi, sono stati pensati per offrire all’impresa la possibilità di trovare una via di uscita dalla crisi».

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