Cambia anche l’attività degli 007

27 Marzo 2020

Il professor Teti: «La pandemia sposta gli obiettivi dello spionaggio»

PESCARA. Tempi difficili anche per gli 007 americani. Il coronavirus ha stravolto anche il lavoro degli agenti segreti. L’intelligence «ora impiega i propri case officers (gli agenti operativi, ndc), per reclutare fonti straniere al fine di acquisire informazioni sulle origini e sul contrasto alla diffusione del Covid-19». Ad affermarlo è il professor Antonio Teti, un esperto in materia, responsabile del settore sistemi informativi e innovazione dell’università d’Annunzio di Chieti-Pescara. La pandemia oltre a causare migliaia di vittime sta mettendo a dura prova, secondo l’analisi del professor Teti, non solo la tenuta del sistema economico-finanziario globale, ma anche quella delle strutture di intelligence di tutto il mondo. Un virus «democratico», che dunque non risparmia neanche le «spie» dal momento, spiega Teti, che il loro lavoro si basa molto su contatti personali e diretti con le fonti e su una interazione diretta «finalizzata alle operazioni di reclutamento». Non è quindi un caso, osserva Teti, «se la pandemia sta rallentando in maniera consistente il numero e le tipologie di attività di spionaggio delle strutture governative di intelligence, come nel caso degli Stati Uniti». Un bel problema nel momento in cui la John Hopkins University segnala che negli Usa i positivi al virus sfiorano quota 70mila, e che c’è la necessità di acquisire più informazioni possibili sulle origini e su come contrastare il virus. «Un altro problema per le agenzie», scrive il professor Teti, «è rappresentato dalle politiche di isolamento in atto in tutti i paesi. Ad esempio, data la numerosità degli agenti americani di stanza in tutto il mondo incaricati di svolgere operazioni che necessitano di contatti personali diretti o di spostamenti geografici, la conduzione di tali attività può risultare particolarmente difficoltosa se non addirittura impossibile da gestire in città semivuote o sotto strettissimo controllo da parte delle forze dell’ordine. Senza considerare che il lavoro di raccolta e diffusione di informazioni condotto sul campo esporrebbe enormemente gli agenti al rischio di contagio da virus». E se la soluzione dello smart working, osserva Teti, «può rivelarsi risolutiva per alcune tipologie di aziende e per la pubblica amministrazione, ritenere che il lavoro da casa possa essere svolto dagli intelligence officers è pura utopia». Nonostante le possibilità offerte dal Cyberspace, «le spie non possono gestire informazioni lavorando dalla propria abitazione e collegandosi ad un qualsiasi internet provider». (c.s.)