Canone, i giudici salvano 800 balneatori dai rincari

4 Luglio 2023

Il Consiglio di Stato accoglie il ricorso e congela il maxi incremento del 25% Il governo lo aveva decretato applicando un criterio che non c’è nelle norme

PESCARA. Stop all’incremento più alto sui canoni demaniali marittimi mai avvenuto nella storia.
Il Consiglio di Stato ha ritenuto fondato il sospetto di illegittimità dell’aumento del 25 per cento sui canoni delle concessioni balneari, deciso a dicembre dal Ministero delle infrastrutture ed entrato in vigore a gennaio.
Esultano i titolari di oltre 800 concessioni demaniali distribuite lungo la costa abruzzese, nei territori di 19 Comuni, da Martinsicuro fino a San Salvo. È una boccata d’ossigeno per chi esce dalla crisi pandemica ma deve fare i conti con gli aumenti delle spese di gestione, come rifiuti, gas e luce, e soprattutto con la spada di Damocle delle vendite all’asta delle spiagge che scatterà nel 2024.
L’AUMENTO DA RECORD
La stangata dei canoni demaniali rappresentava la mazzata finale. Tutti gli anni i canoni balneari vengono adeguati agli indici Istat sull’inflazione, ma gli aumenti più consistenti in precedenza erano stati di pochi punti percentuali.
Per il 2023, invece, l’aumento è stato calcolato facendo la media sul paniere Istat tra i prezzi all’ingrosso (+40 per cento) e i prezzi al dettaglio (+ 9 per cento) del 2022, portando a una storica impennata del + 25 per cento.
Ma un’ordinanza del Consiglio di Stato (la numero 2.510 del 21 giugno scorso, pubblicata sul sito Giustizia amministrativa.it lunedì 26 giugno, presidente Marco Lipari, estensore Fabio Franconiero), ha accolto il ricorso proposto da un concessionario demaniale del Veneto, sospendendo il decreto ministeriale che aveva stabilito il maxi aumento.L’ERRORE NEL DECRETO
Tra i motivi sollevati dai giudici amministrativi d’appello, quello che di fatto anticipa il giudizio di merito si riferisce all’«applicazione a fini di adeguamento del canone di un indice statistico (quello all’ingrosso) non previsto a livello normativo».
L’aumento massimo, in pratica, doveva essere dell’8,6%. La decisione riferita al caso veneto può peraltro essere estesa in virtù proprio di questa considerazione di merito che ha un evidente interesse generale che supera il ricorso specifico.
PARTITA APERTA
Il decreto ministeriale sull’incremento del 25 per cento dei canoni balneari quindi non è più efficace per tutti. Ma la partita non è chiusa.
Il Consiglio di Stato ha infatti ordinato al Tar del Lazio di fissare con sollecitudine l’udienza di merito, dopo che lo stesso tribunale si era già pronunciato, in fase cautelare, dando torto al ricorrente Veneto.
MOMENTO DI SVOLTA
L’indecisione che regnava e continua a regnare nella galassia dei balneatori abruzzesi e del resto d’Italia porta il presidente regionale della Sib Confcommercio, Riccardo Padovano, a fare alcune giuste riflessioni sul metodo da adottare. «La politica dei decreti ministeriali non porta a nulla. Basta un ricorso per bloccarli. Il caso dell’ordinanza del Consiglio di Stato lo dimostra chiaramente», esordisce Padovano.
ECCO LA STRADA
«Da anni», prosegue il sindacalista dei balneatori, «chiediamo una riforma strutturale dei canoni demaniale così come rimane aperte la grande vertenza delle concessioni demaniali da vendere all’asta». Per riforma strutturale dei canoni, la Sib intende l’applicazione di criteri giusti degli importi che non possono essere generalizzati ma vanno regolamentati in base ai diversi territori costieri presi in considerazione.
In parole semplici, un balneatore di Francavilla non può pagare lo stesso canone di un collega che ha la concessione in Costa Smeralda. «Così come», conclude Padovano, «una parte degli introiti che lo Stato intasca deve andare ai Comuni sia perché questi attualmente lavorano gratis per i beni demaniali marittimi sia perché possano reinvestire queste somme negli interventi di protezione della costa o di manutenzione delle spiagge libere». Il messaggio è inviato. Speriamo che la politica, anche abruzzese, lo raccolga.
(l.c.)

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