Capisciotti e quello sporco ultimo canestro

29 Maggio 2016

Il play pescarese che trascinò la Facar in A2 si racconta 30 anni dopo: la vita è un’altra cosa

PESCARA. Tatuaggi, cresta post-punk, orecchino. Spirito libero e talento da vendere. Ha compiuto 50 anni Lorenzo Capisciotti, il campione ribelle della pallacanestro pescarese degli ’80-’90, un metro e ottanta in mezzo ai giganti, il play pescarese che non entrava mai in quintetto base, ma capace di ribaltare il risultato allo scadere e di far scendere giù il PalaElettra come avvenne con il canestro all’ultimo secondo che nel 1986 regalò alla Facar lo spareggio per la prima delle tre stagioni in serie A2.

«Se ho fatto quello che ho fatto», dice oggi Capisciotti che con la Viola Reggio Calabria ha giocato anche in A1, «è perché da ragazzino, con gli altri dell’Amatori, ci cibavamo di sogni. Ore e ore a provare sul campo della Pineta le cose più improbabili, di una creatività impressionante, a tirare mentre uno ti faceva il conto alla rovescia e gli altri ti stavano addosso, a rifare i numeri degli americani che vedevamo sulle riviste di basket. Memo Patricelli era il più talentuoso e creativo. Ma quella, la nostra, è stata l’ultima generazione cresciuta per strada».

Alla vigilia della finale play-off del girone D dell’Amatori Pescara, che oggi a Montegranaro si gioca l’accesso alle finali per la A2, Capisciotti, figlio di un commerciante di stoffe e di un’insegnante di Lettere, sorride a ricordare quella vita. La sua “prima” vita, lui che adesso fa il contadino, dopo aver vissuto un anno in California a confrontarsi per strada con il basket degli inarrivabili neri americani e per due anni nei villaggi dello Yucatàn, a Cobà, cuore della civiltà Maya, a insegnare l’italiano a bambini e guide turistiche in cambio di qualche pesos, e girando con tutti i mezzi possibili i posti più sperduti del Messico, suonando la chitarra tipica, la jarana, per strada e vendendo nei mercatini più remoti le borse in pelle che ha imparato a fare dalla gente del posto. «Tutto quello che ho guadagnato con la pallacanestro l’ho speso viaggiando. Sceglievo le mete a istinto, avevo i soldi per fare il biglietto e partivo. Viaggiando impari a conoscere la verità».

Capisciotti, perché ha lasciato la pallacanestro?

Ho lasciato a 26 anni, dopo 3 di calvario per i problemi alla schiena e l’ultima promozione, conquistata dopo il terzo intervento, dalla B2 alla B1 con il Rieti. Mi fecero i ponti d’oro per farmi restare ma ho mollato, mi sono tenuto quel po’ di salute che mi restava. Tornando a Pescara, poi, l’ambiente mi ha scacciato, perché sono scomodo, perché dico la verità. Quando giocavo soprassedevo, perché in quel momento sei l’attore principale. Per un periodo l’ho anche fatto l’allenatore, mi piaceva. Ma lo sport si è riempito di gente presa solo dai propri interessi.

Ci racconti i suoi inizi.

Ho iniziato con la pallacanestro a otto anni, alle giovanili dell’A&O, ci allenavamo dove sta l’ex Gaslini. Fino a 12 anni ho fatto calcio e pallacanestro insieme, mi accompagnava mia madre, che ha sempre spinto me e mio fratello Giovanni a fare sport. A 12 anni ho capito che non potevo fare entrambe le cose e ho scelto la pallacanestro.

Qual è stato l’allenatore più importante?

Ci ho pensato spesso, se l’allenatore è importante o meno per un giocatore. E la risposta è no. L’allenatore può dare fiducia a qualcosa che si sta formando nel ragazzo, deve essere un sostegno morale se cadi, se vai oltre, se hai un momento di sfiducia. Non si può fare sempre canestro. Se io avessi trovato un altro allenatore avrei lavorato diversamente sul campo. Invece per me gli allenatori sono stati più un ostacolo che una spinta. E ho visto molta gente più brava di me che ha dovuto smettere proprio per gli allenatori. Sul talento si deve investire, la pianta va accudita. Io sono fiorito nonostante l’allenatore.

A chi si riferisce?

A Perazzetti, che mi metteva in campo sempre e solo negli ultimi minuti e per giocare ero costretto a fare dei miracoli, e non mi ha mai sostenuto. Qualche lite ce l’ho fatta. Ricotta, che ho avuto nel primo anno di B, era un ex giocatore, ci massacrava, ma era più sincero di altri. L’unico che aveva intravisto in me quello che ero, è Gianni Boccabella, insistette per portarmi dall’A&O all’Amatori quando avevo 11-12 anni. E da lì a 16-17 a noi dell’annata ’66 di portarono alla Facar. C’erano Luca D’Onofrio e Memo Patricelli.

E com’era l’Amatori?

Era un bel movimento, stavamo al campo dietro alla chiesa della Pineta dalla mattina alla sera. L’obiettivo della società era di costruire un vero vivaio. Non importava neanche la prima squadra, si giocava la serie D con i ragazzini e 2-3 elementi di esperienza.

Che scuola faceva?

Sono di Porta Nuova. Le medie le ho fatte all’Antonelli, poi il Linguistico. Ma la scuola per me era di una noia mortale.

Quand’è che ha iniziato a prenderci gusto, col basket?

Da subito, ero talmente preso dal gioco che non mi sono mai reso conto di essere arrivato in serie B e poi in serie A.

Però c’è stato un periodo in cui la città impazziva per Capisciotti, ed erano gli stessi anni del Pescara di Galeone e della pallanuoto di Estiarte.

Sì, dopo lo spareggio mi conoscevano tutti. Ovunque andavo volevano essere miei amici, tante ragazze intorno. Ma è l’inganno dello sport. Fino a quando giochi non te ne rendi conto, vivi da privilegiato, con fama, soldi e ragazze e quando tutto finisce scopri che la vita reale è un’altra cosa.

Che ricordi ha di allora?

Ero il più piccolo della squadra, ero di Pescara, le ragazzine impazzivano per me e mi ritrovai a fare miracoli insperati, i canestri agli ultimi secondi, cose clamorose. Uno fisicamente piccolo, che riusciva a risolvere la partita, tipo Davide e Golia. È stata questa la cosa pazzesca.

E come faceva?

Devi avere l’istinto, e la sensibilità nella mano.

Che cos’è?

È come per la musica se hai orecchio. La sensibilità nella mano o ce l’hai o non ce l’hai.

Ci racconti il famoso canestro che portò la Facar agli spareggi contro il Cagliari per la A2.

Quella fu la partita del miracolo, irripetibile. Anche quella volta giocai solo sei minuti. A 42 secondi dalla fine contro il Montesacro Roma eravamo sotto di sette punti. Si giocava in diretta su Telemare. Io prendo palla e faccio un tiro da 3, poi un altro da 3 lo fa Masini. Loro in avanti, gli fischiano due tiri liberi e li sbagliano. A 14 secondi siamo sotto di uno. Tira Berti e sbaglia, prendo il rimbalzo in attacco e riesco a fare un canestro da 2 con un semigancio di sinistro. Alzo gli occhi, guardo il cronometro e finisce. E tutta la gente in campo. Un giornale titolò “Quello sporco ultimo canestro”.

Che pensò?

In quei momenti c’è assenza di pensiero.

E poi?

Poi, dopo la sconfitta a Verona, andammo allo spareggio a Caserta contro il Cagliari, vennero mille pescaresi. Ma dopo la promozione avevo avuto la prova che potevo essere qualcuno, non c’erano più dubbi. In A2 ci restammo per tre anni. Poi la retrocessione a causa della scarsa lungimiranza dei dirigenti che hanno fatto sparire e distrutto quello che avevamo creato. Io andai in A1 a Reggio Calabria, ero terzo play e me ne andai l’anno dopo. E mi ritrovai in B, con il Ravenna, perché il direttore sportivo tirò sui soldi del cartellino fino all’ultimo. Si chiuse il mercato e persi la chance. Iniziarono i problemi alla schiena. Mi operai, non mi voleva più nessuno. Dopo un anno andai al Campli, in B2, e poi al Rieti. L’ultima promozione.

E poi ancora l’Amatori, fu uno dei trascinatori della promozione in C1.

Sì ma all’Amatori ci tornai per il cuore, la carriera per me era già finita.

C’è un nuovo Capisciotti?

Ce ne sono a migliaia. Io a livello fisico non ero nulla. Capisciotti esce dalla tenacia e dalla forza interiore.

Vestiva dark, aveva i capelli lunghi con l’orecchino. Che cosa le dicevano?

Nello sport c’era molto conformismo. I capelli me li facevano tagliare, l’orecchino non me lo lasciavano portare. Quando è arrivata gente come Pozzecco, in Nazionale, che si pitturava i capelli, è cominciata la vera rivoluzione e ho capito che ero un precursore

La differenza tra lei e Rajola, bandiera dell’Amatori di oggi?

Io ero Rischiatutto, ora o mai più, sono stato un fuoco enorme che brucia subito. Rajola è un metodico che ha saputo accudire il suo talento e farlo crescere.

Che faranno a Montegranaro?

A casa del Montegranaro la vedo difficile, ma è in quelle situazioni che esce chi ha carattere. Tutto può succedere.

Un sogno.

Io non li chiamo sogni, sono visioni. Attraverso la visione puoi realizzare quello che vuoi. Come quando giocavo: provavo sempre a tirare, i canestri all’ultimo secondo, anche quelli erano frutto di una visione. Tuttora vado avanti con le mie visioni.

E quali sono?
Oggi è la terra, unica fonte di verità, dove un pomodoro è un pomodoro.