«Carabiniere e deportato, cento anni di emozioni»

Abramo Rossi festeggia il secolo di vita con l’abbraccio dell’Arma e delle istituzioni La cerimonia nella caserma dell’ultimo incarico: «La gioia più grande? Mia moglie»
PESCARA. Abramo Rossi, sottotenente “a titolo onorifico” dell’Arma dei carabinieri, nato a Colonnella il 6 marzo 1924, ha festeggiato il suo centesimo compleanno, ieri mattina, nella caserma dei carabinieri di Pescara, dove ha prestato servizio negli ultimi dieci anni della sua carriera militare. L’ultimo posto in cui ha lavorato è stato proprio quello in cui è avvenuta la celebrazione, alla presenza del generale Antonino Neosi, comandante della Legione carabinieri Abruzzo e Molise, del colonnello Riccardo Barbera, comandante provinciale dei carabinieri di Pescara, del procuratore capo Giuseppe Bellelli e del prefetto Flavio Ferdani.
Accompagnato dalla moglie Pia Ciocca, 86 anni, Rossi ha ringraziato tutti i presenti per la calorosa accoglienza e, visibilmente emozionato, non ha esitato a ricordare alcuni dei momenti più difficili e significativi della sua esperienza nell’Arma. «Trentasei anni non sono pochi», precisa, poco prima di passare alle formalità. «Non dimenticherò mai quando ci portarono via da Roma, dove mi trovavo in servizio, come carabiniere a cavallo, presso il primo squadrone. Era il 7 ottobre del 1943. Fui deportato in Austria».
A festeggiare con lui, ieri mattina, anche i figli Attilio, Gabriella e Granca Ida, oltre al giovanissimo nipote Paolo. «Un ricordo in particolare? Questa qua», dice indicando la moglie al suo fianco. «Mi sono sposato a 27 anni, no a 37», si corregge. «Uno splendore, per me che provenivo dalla campagna», racconta. «Non sapevo fare la divisione a due cifre. Papà disse al mio insegnante che mi doveva promuovere perché io dovevo aiutarlo nel lavoro, a 11 anni. Bisognava far mangiare i buoi di dieci quintali. Abitavamo in una masseria, senza strada, senza luce né gas, senza libri, nulla».
Per la moglie Pia, «trascorrere una vita accanto ad Abramo è stata un’avventura, perché mi ha fatto fare anche il piantone in caserma», confessa, «soprattutto a Roccaraso (dove il marito è stato comandante di stazione). Non solo, ho perquisito le zingare, i nomadi quando venivano arrestati. Tutto sommato, è stata una bella esperienza».
«Una grande festa quella per i cento anni di Rossi», sottolinea il generale Neosi. «Per noi rappresenta un simbolo e un esempio, soprattutto per le nuove generazioni. Appartiene a un’Arma che ha fatto tanto nel corso del secolo passato, in un momento estremamente difficile per il Paese. Abramo Rossi è un testimone vivente delle difficoltà vissute dalla popolazione italiana e dai carabinieri, rimasti fedeli alla Patria». Il riferimento va a quando, nel 1944, Abramo Rossi e altri prigionieri italiani decisero di non aderire alla proposta dei nazisti e al ritorno in Italia il loro gesto fu riconosciuto come un atto di resistenza passiva. Nel 2010 Rossi fu insignito della medaglia d’onore come Volontario della Libertà, dalla presidenza della Repubblica.
Tra gli omaggi, ricevuti ieri, il crest da parte del comandante generale dell’Arma dei carabinieri Teo Luzi.

