Carabiniere si ammala in servizio Lo Stato condannato a risarcirlo

24 Novembre 2019

Dopo 13 anni si chiude il caso giudiziario avviato da un appuntato residente nel Pescarese Il militare era stato impiegato a bruciare le piantagioni di cannabis senza misure di prevenzione  

PESCARA. Ci sono voluti quasi tredici anni di percorso giudiziario, ma alla fine, la sentenza che i giudici del Tar Abruzzo (presidente Umberto Realfonzo) hanno emesso in favore di un carabiniere colpito da una grave forma tumorale durante il servizio, rappresenta una sorta di sentenza risarcitoria pilota per due ordini di motivi.
Il primo è che i giudici hanno risolto una fattispecie riferita a un servizio civile e non, come accaduto in tante altre circostanze, relativa a militari impegnati in operazioni in zone di guerra come il Kosovo, per intenderci; l’altra, non meno rilevante, è che la magistratura ha dato prova della sua assoluta indipendenza, in grado di punire anche lo stesso Stato quando inadempiente.
La vicenda è stata trattata e seguita dagli avvocati Gaetano Mimola e Federico Frasti, che inizialmente avevano avviato una causa civile contro il ministero della Difesa e l’Arma dei carabinieri. Poi, però, è intervenuta la Cassazione che ha decretato anche per questa materia la competenza della giustizia amministrativa.
Il ricorrente era un appuntato dei carabinieri, residente in un paese della provincia di Pescara: uno di quei militari estremamente attivi e operativi, quelli che operano sul campo anche in situazioni pericolose, che si lanciano dagli elicotteri, che affrontano situazioni estreme con grande professionalità, che ha prestato servizio nell’Arma dal 1995 al 2007 ed è stato congedato per inidoneità assoluta a causa di un linfoma linfocitico riconosciuto dipendente, appunto, da causa di servizio.
Dal 1996 al 2004 il militare è stato addetto a operazioni che erano indirizzate alla ricerca, individuazione, e successiva distruzione, per combustione, di piantagioni di cannabis, mentre dal 2005 al 2006 ha prestato servizio all’interno dell’armeria della caserma, con la mansione di addetto alla distribuzione e al ritiro delle armi. Due attività che hanno finito per incidere pesantemente sulla sua salute. Perché, per anni, esposto ad agenti nocivi come i gas volatili dei solventi chimici utilizzati per la detersione delle armi, e ai derivati della combustione delle piantagioni di cannabis requisita durante le operazioni nelle quali era normalmente impegnato durante gli anni di servizio nello squadrone dei carabinieri cacciatori di Calabria.
Quando insorge la malattia l’appuntato ha appena 30 anni (oggi ne ha 44) ed è costretto a sottoporsi a cicli di chemio e radioterapia e ad altre terapie farmacologiche. Il danno lamentato dal ricorrente è stato peraltro riconosciuto dal Comitato di verifica delle cause di servizio, come conseguenza diretta delle mansioni alle quali era adibito.
Diciamo subito che i giudici, in sentenza, evidenziano il fatto che il ministero della Difesa «non ha allegato né provato, venendo in rilievo una presunzione di colpa del datore di lavoro, di aver predisposto le necessarie misure di prevenzione a tutela del ricorrente durante le operazioni di distruzione delle piantagioni di cannabis»; e per questo motivo «deve concludersi», aggiungono i giudici, «che la malattia contratta è imputabile a responsabilità dell’amministrazione datrice di lavoro, sotto il profilo della violazione dell’obbligo di adozione delle misure di prevenzione».
Quanto alla stima del danno, molto ha inciso, fortunatamente, il fatto che l’appuntato, che oggi svolge mansioni impiegatizie nell’amministrazione, è riuscito a superare la malattia. I giudici gli hanno riconosciuto un danno non patrimoniale di 50 mila euro, anche per il fatto di essere stato costretto a interrompere la carriera militare che aveva scelto, frustrando le sue aspirazioni personali e anche «in considerazione della sofferenza interiore derivante dalla consapevolezza del ricorrente di aver contratto una malattia potenzialmente mortale, sofferenza che si presume tuttavia attenuatasi progressivamente in concomitanza con i risultati positivi delle terapie, e dalla definitiva frustrazione della propria scelta di dedicarsi alla carriera militare per la quale è stato dichiarato inidoneo permanentemente a causa della malattia contratta».
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