Carmela Remigio: «Canto donne grandi e sfortunate e soffro con loro»

5 Febbraio 2017

Il soprano pescarese Premio Abbiati (l’Oscar della lirica) forgiata da Magiera e amata da Abbado «I 70 concerti con Pavarotti? Ogni volta una lezione non solo di tecnica vocale, ma di stile e di vita»

di Anna Fusaro

«D. a ragazzina sognavo tantissimo, volevo uscire da Pescara, perché per la musica c’era poco. Perciò dico ai giovani che non si devono mai scoraggiare, devono inseguire i loro sogni. Io ho avuto la fortuna di ricevere un’educazione musicale, per i bambini è importante, per aprire il cuore e affrontare meglio la vita. Tutti i genitori dovrebbero fare questo regalo ai figli, come hanno fatto i miei». Carmela Remigio, la grande soprano pescarese acclamata in tutto il mondo, talento cristallino e tecnica sopraffina, musicalità, bellezza e presenza scenica, si racconta al Centro partendo dagli affetti. «La mia famiglia mi ha regalato un'educazione musicale. Già mio fratello Davide, più grande di 8 anni, ora docente al conservatorio di Bari, studiava violino. I nostri genitori, pur non essendo musicisti, mia mamma Maria Teresa sarta, mio padre Elvio operaio, ci hanno fatto studiare musica facendo sacrifici»

Com'è avvenuto il passaggio dal violino al canto?

Sono entrata al conservatorio Luisa d'Annunzio di Pescara in prima media, a 10 anni. L'insegnante di violino mi consigliò lezioni di canto per approfondire lo studio dello strumento. Ho iniziato a studiare canto a 15 anni, prendendo anche lezioni private con Aldo Protti all'Accademia pescarese. L'evoluzione veloce della mia vocalità e la curiosità mi hanno portato ad approfondire lo studio del canto. Le qualità vocali hanno preso il sopravvento su quelle di violinista

La svolta con la vittoria al Pavarotti International?

Vincere a 19 anni un concorso internazionale di quella portata significò ricevere un'indicazione precisa verso la strada del canto. Inoltre la vittoria mi fece notare dagli addetti al lavori, dai talent scout. Sono seguite le prime audizioni e le prime scritture professionali e l'ingresso nel mondo del lavoro.

Dal 1997 oltre 70 concerti in tutto il mondo con Pavarotti. Cosa le ha insegnato?

Cantare vicino a lui era ogni volta una lezione non solo di tecnica vocale, ma di stile e di vita. Non solo cantare, ma stare in un certo modo dentro un sistema.

I suoi maestri?

Leone Magiera, col quale ho studiato, è stato maestro e guida professionale. Poi nel lavoro ho avuto altri maestri, Abbado, Brook e altri ancora. Ma il pensiero musicale, la mia interpretazione, il mio stile vengono da Magiera.

Ha lavorato con direttori e registi importanti. Con chi maggiore sintonia?

Ovviamente ci sono persone che mi hanno dato di più. Sono tante e ognuna ti dà qualcosa. Con tutte le persone con cui ho lavorato ho preso e appreso, diventando un'artista migliore.

Quale repertorio le è più congeniale?

Il Settecento, il repertorio mozartiano, il barocco, il belcanto mi fanno sentire più a mio agio. Però nel repertorio francese, penso al “Faust” di Gounod appena interpretato a Firenze, c'è una vicinanza che mi appassiona molto. Nel repertorio del Novecento c'è un rigore che mi coinvolge, penso alla “Donna serpente” di Casella. È importante la novità per restare sempre curiosa. Mi piace tutto quello che faccio, vivo il personaggio, la musica, il linguaggio. Ogni volta trovi la tua cifra stilistica. È un percorso di approfondimento del tuo lavoro.

A febbraio sarà Adalgisa nella “Norma” a Palermo, a marzo Elisabetta nella “Maria Stuarda” a Roma, ad aprile Elettra nell'”Idomeneo” a Pistoia, a giugno Donna Anna nel “Don Giovanni” a Barcellona. Come si fa a entrare e uscire da personaggi così complessi?

Questa è anche la cosa bella del mio lavoro. È faticosissimo ma bellissimo questo inanellarsi di figure femminili, sei sempre dentro una discussione interiore. Magari il pubblico non lo sa, ma ogni debutto è preceduto da 20 giorni di prove, 8-10 ore di lavoro al giorno, che ti permettono di entrare nel personaggio.

Ad agosto ha cantato per la 400esima volta nel “Don Giovanni” di Mozart al Festival di Salisburgo, opera con cui debuttò giovanissima con Claudio Abbado. L'opera prediletta? Così come il personaggio di Donna Anna?

È una delle mie preferite. È un amore/odio, con l'opera e il personaggio. Donna Anna è così enigmatica, la sento vicina e allo stesso tempo la detesto, anche a seconda della regia che mi propongono. E poi amo Anna Bolena di Donizetti e Alceste di Gluk, due donne sfortunate, soffro con loro. Alceste si sacrifica per amore. Anna Bolena è una donna infelice, la sua follia mi commuove. Idem la Marguerite del “Faust”, che si avvicina a un amore contaminato dal diavolo.

Dopo aver incarnato simili eroine come si torna alla quotidianità?

Si torna grazie alla famiglia che hai costruito. Per fortuna ho sposato un uomo molto equilibrato, Antonio Di Sabatino, teramano, professore universitario di Medicina interna al San Matteo di Pavia.

Ha sacrificato qualcosa alla carriera?

Credo niente. Ho avuto il privilegio di fare il lavoro che amo e che mi dà tantissimo. Ho costruito una famiglia, ho i miei genitori e gli amici che mi aspettano a Pescara. Sono felice. Purtroppo a Pescara torno pochissimo. Con Antonio tornerò quest'estate, per disintossicarci dallo stress sul nostro bellissimo mare d'Abruzzo.

Cosa fa nel tempo libero?

Vado al cinema, leggo, devo anche studiare molto avendo un debutto dopo l'altro. Non ho molto tempo libero, se non quello che mi prendo.

Cosa canta sotto la doccia?

Niente. In casa non canto. A Milano i miei vicini non sanno cosa faccio nella vita. Preferisco il silenzio. A volte ascolto musica sinfonica per rilassarmi un po’.

A quale premio tiene di più?

Chiaramente l'Abbiati, il riconoscimento più importante per un artista lirico. È come un Oscar. Sono molto felice, è il coronamento dopo tanti anni di carriera e maturità artistica. Arrivo da un anno meraviglioso, Salisburgo, Poppea alla Scala, Alceste alla Fenice, l'Abbiati. Sono successe tante cose belle, la Minerva dell’università di Chieti-Pescara, il Ciattè d'oro, riconoscimenti che ti fanno sentire l'appartenenza alla tua terra, specie in un momento così difficile per il mio Abruzzo.