Caso Serraiocco, nell’inchiesta spunta un generale della Finanza

Pescara: bancarotta, il commercialista rischia l’arresto. L’ex assessore comunale risponde al giudice dopo il fratello Andrea e il prestanome piemontese Doati. È quest’ultimo a dire: mi fidai del professionista per l’amicizia che aveva con un alto ufficiale. (Nella foto, Vicenzo Serraiocco ieri in tribunale con l’avvocato Mattia Floccher)
PESCARA. Con il rischio di un arresto in carcere, come richiesto dal procuratore aggiunto Anna Rita Mantini e dal sostituto Anna Benigni, i fratelli Vincenzo e Andrea Serraiocco ieri hanno deciso di rispondere alle domande della procura e del gip Giovanni de Rensis che alla fine dovrà decidere, dopo questo interrogatorio preventivo, se e semmai quali misure adottare nei loro confronti.
Un interrogatorio lungo una intera mattinata e anche di più, nel corso del quale i due indagati hanno dovuto fornire spiegazioni su una serie di bancarotte fraudolente e sull'impiego di denaro e beni di provenienza illecita, collegato ad alcune società ormai decotte finite nel mirino delle fiamme gialle.
SPUNTA IL GENERALE
E un interrogatorio dal quale è venuto fuori anche un piccolo colpo di scena: il nome di un generale della guardia di finanza, non presente nelle carte dell’inchiesta, che i due magistrati hanno acquisito nel corso dell’interrogatorio del prestanome, il piemontese Nelco Doati (difeso dall’avvocato Massimo Galasso), sentito prima dei due Serraiocco, e sul quale pesa la richiesta di divieto temporaneo di esercitare uffici direttivi. Doati, sentito velocemente dal giudice, ha sostanzialmente dichiarato la sua assoluta inconsapevolezza delle attività svolte nelle aziende collegate ai Serraiocco finite nel mirino: di non aver mai svolto in concreto alcuna attività di amministrazione con un periodo di copertura della carica peraltro molto breve. Insomma, il classico prestanome in cambio, da quanto sembra, di circa 600 euro al mese. Ma il colpo di scena arriva quando i magistrati gli chiedono come entrò in contatto con Vincenzo Serraiocco e peraltro a Torino, dove svolgeva le sue attività. E qui l’indagato ha fornito una spiegazione lineare e semplice: «Mi dissero che era un noto commercialista ed era molto amico di un generale della finanza, e a quel punto mi sono fidato». E dietro invito della procura fa nome e cognome dell’alto ufficiale.
SERRAIOCCO PARLA
Quando è il turno di Vincenzo Serraiocco (che ha dichiarato di aver fatto l'assessore al Comune di Pescara, oltre ad essere stato candidato alla carica di sindaco) i pm lo sollecitano subito proprio sull’argomento del generale, chiedendogli come entrò sulla piazza di Torino e come individuò il suo prestanome Doati. E, anche se con un po’ di ritrosia, l'indagato avrebbe ammesso il suo rapporto di amicizia con il generale, e che forse, nel 2015 (data in cui iniziò a lavorare anche a Torino), il generale prestava servizio proprio nel capoluogo piemontese. Una circostanza che potrebbe indurre la procura ad approfondire questi aspetti che portarono Serraiocco a incontrare Doati a Torino, e magari a sentire come persona informata sui fatti il generale, il cui nome non è mai emerso ufficialmente dall’inchiesta. L’interrogatorio è poi proseguito in maniera puntuale sul ruolo dei Serraiocco nelle liquidazioni giudiziali, su quel vorticoso giro di società che, nel corso degli anni, sarebbero state amministrate e/o partecipate direttamente o indirettamente dai fratelli.
LE CARTE DELL’ACCUSA
Nella richiesta di arresto si parla della «costituzione di società finalizzate alla rilevazione di aziende già esistenti e fortemente indebitate, acquisendone i soli asset positivi e abbandonando le così dette “bad Company” al dissesto fallimentare»; e poi anche di intestazioni fittizie di quote e cariche societarie a soggetti prestanome, «così da schermare la reale titolarità e ostacolare le procedure di recupero crediti»; e ancora di «trasferimenti di attività commerciali tra società riconducibili agli stessi indagati, al fine di sottrarre beni e asset produttivi a possibili procedure esecutive, garantendo la continuità aziendale sotto parvenza di legalità».
IL FLUSSO DI DENARO
Dalle verifiche effettuate dalla guardia di finanza sarebbe emerso un importante flusso di denaro: «Plurime operazioni di trasferimento e impiego di centinaia di migliaia di euro provento dei suddetti reati, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa, e ciò tramite numerose società riconducibili agli indagati».
LE INTERCETTAZIONI
Mantini e Benigni hanno poi chiesto spiegazioni su una serie di intercettazioni ambientali effettuate dentro gli uffici della “Serraiocco Consulting”, dalle quali emergeva come i due fratelli erano «perfettamente a conoscenza delle conseguenze giudiziarie delle proprie condotte» e fornivano “dritte” anche ad altri imprenditori in difficoltà.
IL SOCIO PALLOTTA
L’inchiesta in questione riguarda anche la posizione del “socio” in affari Mario Pallotta che, così come Serraiocco, fu destinatario di un sequestro preventivo.
Indagini delle fiamme gialle che hanno ricostruito l’esistenza di due “gruppi” di imprese: il primo che faceva capo a Pallotta operante nel campo della somministrazione di alimenti e bevande (le attività denominate “Dolcezze napoletane” rientrano nell'inchiesta); il secondo riconducibile ai Serraiocco e che aveva ad oggetto la consulenza, il benessere e il marketing.
I due Serraiocco ieri erano assistiti da un legale napoletano, Mattia Floccher, affiancato dal collega pescarese Federico Pace, mentre il precedente legale, che lo segue in altre vicende legate sempre a reati di bancarotta, era presente, ma fuori dell'aula dove il gip interrogava.
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