Cassonetti come bancomat: così scatta l’assalto ai rifiuti

22 Gennaio 2019

Bande di disperati alla ricerca di oggetti preziosi, rame, ferro e televisori

PESCARA. Sono diventati i nuovi bancomat dei poveri, i cassonetti cittadini. Malgrado stiano lentamente scomparendo, quelli che rimangono, ancora in molte zone della città dal centro a Porta Nuova, vengono presi d'assalto da disperati o da persone senza scrupoli che rovistano a mani nude tra i rifiuti alla ricerca della "pepita d'oro", rame o ferro, ma anche pezzi di televisori e frigoriferi, da rivendere nel sottobosco del mercato nero. Un fenomeno che non accenna a placarsi, malgrado il ridimensionamento del numero dei contenitori sul territorio cittadino, previsto dai piani di Attiva e del Comune.
Fino a poco tempo fa, questi cercatori d'oro, sporgevano solo la testa dentro ai bidoni dell'immondizia e frugavano alla ricerca degli avanzi di cibo, ma soprattutto di fili di rame e ferro. Materiali che, evidentemente hanno dei compratori, se la ricerca di questi individui, uomini e donne di tutte le età, prevalentemente straniere (i romeni sono le bande più specializzate) ma ci sono anche anziani che non arrivano alla fine del mese con la pensione, è così tenace e affannosa. Da Rancitelli ai Colli, dal centro allo stadio, è un proliferare di accattoni e furbetti alla ricerca di qualcosa, cibo o oggetti, per sbarcare il lunario. Oggi c'è una evoluzione della tecnica di prelevamento di oggetti dai cassonetti, vero e proprio furto secondo le norme vigenti. Non più solo la testa, ma tutto il corpo infilato nel contenitore del pattume. E' accaduto l'ultima volta in via Valignani, zona stadio. Il ricercatore di oggetti preziosi, pare un uomo di origini ivoriane, con il capo coperto dal cappuccio, è penetrato nell'abitacolo semivuoto e si è messo a rovistare tra le buste dei rifiuti, totalmente incurante di chi, dall'esterno, lo stava immortalando con un telefonino. Quando si è accorto di essere ripreso, si è messo a inveire contro il passante, un residente della zona, e per poco non c'è scappato lo scontro fisico. Il residente, costretto verbalmente a placare le ire dell'individuo affinché la lite non sfociasse in tragedia, sollecita le istituzioni a rafforzare la vigilanza. Che comunque c'è, da parte dei vigili urbani e delle forze dell'ordine. E anche, e soprattutto, da parte di Attiva, l'azienda del riciclo cittadino, che conferma il fenomeno in espansione, iniziato a pieno ritmo almeno tre anni fa e mai arrestato, malgrado il ritiro graduale dei contenitori dell'immondizia, secondo i nuovi piani dell'azienda. Il direttore generale Massimo Del Bianco ha detto che «nei pochi cassonetti stradali rimasti, vanno avanti a rovistare e a lasciare i rifiuti ritenuti "non interessanti" fuori dai bidoni. Spesso siamo chiamati ad intervenire per rimuovere i cumuli lasciati attorno ai contenitori per ripristinare il decoro».Accade dunque, che a furia di cercare minuziosamente gli oggetti, spaccare le buste che contengono i rifiuti ed espellere dai bidoni gli oggetti ritenuti non interessanti, all'esterno si creino montagne di mondezza, accanto ad abitazioni e marciapiedi. C'è stato un periodo che i cassonetti venivano usati come tavoli da pranzo. Sui coperchi lerci, si stendevano le mappatelle con i panini e altri generi alimentari. Oppure utilizzati come armadi, come successo in piazza Santa Caterina, con i contenitori dell'isola ecologica ricoperti di maglie e giubbotti. Mentre su alcuni bidoni tra via Regina Margherita e corso Umberto, erano appoggiate lastre di cartone, una contro l'altra. Cartoni usati come "materassi" dai clochard che bivaccano in città e che stabiliscono le loro dimore anche sotto i portici del centro. Il direttore di Attiva ricorda che rubare dai cassonetti è reato: «Nel momento in cui si conferisce il rifiuto nel cassonetto, quel rifiuto diventa di proprietà della società che si occupa della raccolta del pattume, quindi del Comune di appartenenza del carico. In sostanza, da quel momento, chi preleva sta rubando. Ma questa norma, sottolinea Del Bianco, «si scontra con il principio della "res nullius", "la cosa di nessuno", vale a dire quel che trovo, soprattutto quando il prelievo avviene nelle immediate vicinanze del cassonetto, appartiene a me, dunque non commetto reato».(c.co.)