Cavalieri e ufficiali, il prefetto premia i cittadini meritevoli

2 Giugno 2021

Croce d’onore al paracadutista Jonni D’Andrea, 39 anni Rischiò la vita in Afghanistan per salvare i compagni feriti

PESCARA. Oggi le celebrazioni per il 75° anniversario della fondazione della Repubblica. Alle 9,30, in piazza Garibaldi, il prefetto Giancarlo Di Vincenzo, alla presenza di autorità civili, militari, religiose, consegnerà le onorificenze a 22 cittadini di Pescara e provincia che si sono distinti per elevati meriti culturali e civili. La più prestigiosa, la Croce d’onore, sarà conferita al caporal maggiore scelto Jonni D’Andrea, paracadutista della Folgore, sottufficiale dell’Esercito italiano.
Ecco la sua storia. Dieci anni fa, D’Andrea, 39 anni, residente a Montesilvano, originario di Civitella Casanova, rischiò la vita in Afghanistan, saltando in aria durante uno scontro a fuoco con i talebani, per salvare quella di altri cinque commilitoni feriti da un ordigno e rimasti intrappolati dentro un mezzo militare. Con il corpo trafitto dalle schegge di un mortaio, dolente e sanguinante, trasse in salvo la vita dei colleghi mettendo in pericolo la sua. Per quel gesto compiuto con profondo senso del dovere, stamani, durante le celebrazioni per la festa della Repubblica, il militare riceverà la Croce d’onore dalle mani del prefetto Di Vincenzo. L’onorificenza è attribuita «alle vittime di atti di terrorismo o di atti ostili impegnate in operazioni militari e civili all’estero». Già medaglia d’oro ricevuta dal presidente Giorgio Napolitano nel 2014 e Cavaliere al merito della Repubblica, quel 7 agosto 2011, si salvò per miracolo. Erano le 8.50 nell’avamposto italo americano di Wharia, distretto di Bala Baluk, Afghanistan. «Eravamo in quell’area per eseguire una operazione contro i terroristi» racconta il soldato Jonni, (come il bisnonno newyorkese Giovanni) sposato con l’italo venezuelana Araselis e padre delle piccole Naomi e Meghan, «all’improvviso lo scontro a fuoco». Quarantacinque, interminabili, minuti di fuoco nemico. Poi lo scoppio, deflagrante, potente. «Un nostro mezzo saltò in aria su una mina compressa. L’ordigno provocò il ferimento di 5 italiani e 12 tra americani e afgani. Io mi trovavo a pochi metri. Stavamo concludendo la cattura e procedevamo all’evacuazione». Il militare, ex studente del Cuppari di Alanno, arruolato nell’esercito dal 1999 («folgorato da ragazzino dalle immagini in tv dell’esercito in Somalia»), figlio di Enzo e Albina, riuscì a recuperare, vivi, due commilitoni. Il soccorso degli ultimi tre, uno dei quali rimasto incastrato nell’abitacolo esploso, gli fu quasi fatale. «I talebani lanciarono un mortaio da 81 millimetri» ricorda, «sono volato in aria per 35 metri, avevo il corpo pieno di schegge, denti e costole rotte. Ma c’erano ancora i compagni da aiutare. Dolorante, sanguinante, mi avvicinai alla macchina e riuscii a trascinarli via. Poi persi i sensi. Mi ritrovai in ospedale con 400 punti di sutura alla gamba destra». Il militare di stanza in Kosovo, Balcani e Iraq, appunterà sul petto la medaglia d’onore: «Sono orgoglioso di questo riconoscimento prestigioso, grazie al prefetto e alla città di Pescara. Non mi sento un eroe. Ho fatto solo il mio lavoro, in missione si vive ogni giorno come se fosse l’ultimo». Una onorificenza che giunge in un giorno «importantissimo per tutti noi che abbiamo il compito di trasmettere la passione, il senso del dovere e i valori, alle nuove generazioni, che, prima di tutto, devono partire dalla famiglia».