Cavallito ai pm: «Temevo che mi spaccavano le gambe, ma non che mi sparavano»

10 Gennaio 2024

Ecco il seguito della ricostruzione del sopravvissuto, interrogato dai pm: «Nobile? Gli è stato quasi intimato di fare quel “lavoro”, sennò il servizio lo facevano a lui»

PESCARA. «Certo che temevo. Temevo che magari con una mazza da baseball mi spaccavano le gambe. Questo potevo temere, non che mi sparavano». Lo afferma Luca Cavallito, il superstite della sparatoria del primo agosto del 2022, dove nel bar del Parco venne freddato il suo amico, l’architetto pescarese Walter Albi, ai magistrati che lo interrogano per la terza volta dopo quell’agguato che solo per un caso non si concluse con un duplice omicidio. Sopravvissuto e unico testimone, Cavallito ha da subito riferito agli inquirenti di aver riconosciuto nell’uomo che si avvicinava per sparare contro lui e Albi, Mimmo Nobile: quello che la procura ha individuato come il killer, dietro mandato del pregiudicato calabrese Natale Ursino (scarcerato dal Riesame).
TERZO INTERROGATORIO In questo terzo interrogatorio, per la prima volta Cavallito precisa i termini di un’operazione di droga (300 chili di cocaina) che, tramite le sue conoscenze in Ecuador, Ursino avrebbe dovuto portare a termine anche a nome di sconosciuti finanziatori (una partita di droga da mezzo milione di euro) che potrebbero appartenere a famiglie calabresi come suppone lo stesso Cavallito. Nobile già conosceva Ursino che presenta a Cavallito come “trafficante di droga” in occasione di questa operazione ecuadoregna, che finisce male (il contatto in Ecuador con due fratelli albanesi era di Cavallito): la droga, invece di arrivare a Gioia Tauro, arriva a Fiume, ma sparisce. Un duro colpo per i finanziatori.
LE PROMESSE DI ALBI E qui entra in gioco l'architetto Albi che si offre di ripianare i problemi di Ursino con i fondi che sta per ricevere dall’Inghilterra (affare forse mai esistito). Intanto Cavallito, oppresso dalle centinaia di messaggi («che non ho mai ritenuto minacciosi» dirà agli inquirenti) che gli arrivano da Ursino che non sa come rispondere ai finanziatori, decide di cedergli un suo appartamento da 400mila euro per uscire da quell’impasse che si stava facendo pesantissimo. Albi però si fa avanti per dire a Ursino che con la sua barca potrebbe fare la traversata per recuperare l’altra metà del carico di cocaina rimasto in Ecuador e pagargli, entro dieci giorni, i 550mila euro “scoperti” dal fallimento dell’operazione, trattenendo per sè i 150 chili di cocaina rimasti. «E qui è fatta la frittata» dice Cavallito al procuratore Giuseppe Bellelli, all’aggiunto Anna Rita Mantini e al sostituto Andrea Di Giovanni in sede di interrogatorio (assistito dagli avvocati Ernesto Rodriguez e Sara D’Incecco). Perché quei soldi dall’Inghilterra Albi non li vide mai (e Cavallito lo aveva capito) e Ursino si rese quindi conto della inaffidabilità di Albi e Cavallito. «Lo Zio (soprannome di Ursino ndr)», dice Cavallito, «aveva capito perfettamente che prendere i soldi da Albi non era possibile, stufo di tutte le menzogne proferite da Albi ha detto “basta. 500 mila euro non mi interessa di perdere però facciamogli capire chi siamo”. Questo è quello che...».
IL DEBITO DI NOBILE Gli inquirenti, che hanno in mano anche diverse chat estrapolate dal telefono di Cavallito, ne chiedono spiegazione a quest’ultimo. Riguardano i suoi rapporti ormai deteriorati con Nobile, che con Cavallito aveva un debito di circa 150 mila euro per questioni di droga. «Sono nella merda e come se non bastasse tu continui», scrive Cavallito a Nobile. «Tu l'amicizia non sai nemmeno dove sta di casa e il rispetto nemmeno. Se sei sputtanato ovunque è solo per colpa tua. Ti giuro, mi fai schifo, anche solo il fatto che mi vieni a cercare mi fa schifo. Per me il discorso è chiuso qui. Troppe volte hai avuto il coraggio di rubarmi, poi solo parole. Cortesemente vedi come fare per rimettere a posto le questioni, sono soldi miei». E subito dopo arriva un vocale di Nobile: un vero e proprio sfogo. «A Lù, scusami ma mi pare che stai proprio a cagà fuori dalla tazza con queste parole, “fai schifo”. Poi, aspetta, che cazzo hai scritto? “Rispetto”, poi aspetta, “è colpa tua”, che cos'è colpa mia. Fammi capire. A Lù, mò ti dico una cosa: non esagerare perché ti ho detto che i soldi che mi hai prestato li metto a posto. “Ti sei sputtanato”, ma come ca... ti permetti tu? Pezzo di... a dirmi così? Mò mi sto a rompere il ca...».
«L’ABBIAMO RICONOSCIUTO» Questo sarebbe l’ultimo scambio di parole tra i due. Si sarebbero rivisti, come asserisce Cavallito, il giorno dell’«incidente», come lui stesso ama chiamarlo: quello del primo agosto al bar. «Pure è stato un flash ma, questo non me ne scorderò mai», dice Cavallito ai magistrati, «ho riconosciuto proprio il volto (anche se il killer aveva il casco e una mascherina ndr). E credo lo abbia riconosciuto anche Walter perché poi gli ha detto: “Ma che stai a fare tu? Come se lo conoscesse, capito?». E Cavallito dà agli inquirenti la sua spiegazione dell'«incidente» del bar: «Sono stati coinvolti, diciamo, le tre persone che hanno portato avanti questa cosa (riferito all’operazione della cocaina ndr). Cioè Albi perché ha promesso e non ha mantenuto, io perché ho presentato Albi, Nobile perché ha presentato me e aveva un debito, per cui arrivati a un certo punto, secondo me, con molta probabilità, gli è stato quasi intimato di venire a fare questo lavoro, in virtù di quel debito maturato (da parte di Nobile nei confronti di Ursino ndr), perché sennò il servizio che avevano fatto a noi lo facevano a lui. Questa è la mia analisi logica della cosa».