Cementificio chiuso, meno smog

I comitati: aria più pulita con l’impianto spento. Seguiamo l’esempio di Barcellona
PESCARA. Una fabbrica di cemento risalente ai primi del Novecento trasformata in un tempio dell’architettura, tra giardini pensili e stanze dai soffitti altissimi. Accade a Barcellona, dove l’architetto spagnolo Ricardo Bofill ha realizzato un mirabile esempio di rivalutazione dello spazio e dei materiali. Potrebbe succedere lo stesso a Pescara, che ha una struttura molto simile proprio come biglietto da visita all’ingresso della città. Quel cementificio che da quasi mezzo secolo impatta sull’area metropolitana e che, dopo qualche anno di inattività, è tornato alla ribalta delle cronache perché è stato venduto all’asta dalla società Sacci a una nuova azienda, la campana Calbit, che produce calcestruzzo, a poco più di un milione e mezzo di euro.
Un’occasione persa dall’amministrazione comunale e dalla Regione che sono rimaste pressappoco inermi dall’aprile 2015 (data di chiusura del cementificio) a oggi, ma che, dopo la vendita, dicono un “no” deciso alla riattivazione dell’impianto, negando quell’autorizzazione di impatto ambientale (Aia), senza la quale l’impianto non può ripartire. Così era stato nel 2014, quando l’amministrazione guidata da Albore Mascia si era opposta al rinnovo, così, dicono dalla giunta Alessandrini, avverrà di nuovo. «Perché i residenti non possono subire quello che hanno subito fino al 2015», ha dichiarato all’Ansa il vice sindaco Blasioli, «visto che oggi, come rilevano anche le centraline, la situazione ambientale è molto cambiata, e deve restare così». Le centraline di cui parla Blasioli sono quelle dell’Arta, l’agenzia regionale per la tutela dell’ambiente, che monitorano la qualità dell’aria che respiriamo e che, come si legge sul sito della stessa Arta, sono passate da valori altamente dannosi per la salute dell’uomo a valori in alcuni casi ottimali.
Quanto alle pericolosissime polveri sottili (PM10), siamo passati dai 140 superamenti della soglia di legge che registrava la centralina di Santa Teresa di Spoltore, nel 2011, a 14 superamenti nel 2015, così come accaduto per la centralina di via Sacco, che è passata dai 67 superamenti del 2011 ai 34 del 2016. Dal primo gennaio 2017 a oggi, i superamenti registrati in via Sacco sono stati solo 12, mentre sul territorio di Spoltore non si conoscono, visto che, come spiegano dall’Arta, la centralina di monitoraggio di Santa Teresa non è più attiva perché «nel nuovo assetto della rete regionale di monitoraggio della qualità dell’aria non è prevista una centralina nel territorio di Spoltore».
Ma anche senza centralina, i cittadini conoscono il rischio che corrono con un’eventuale riaccensione dell’impianto, e a riaccendersi questa volta è proprio la preoccupazione.
Comitati spontanei si sono attivati per chiedere rassicurazione alla politica, ma concretamente cosa si può fare adesso che il sito industriale è passato in nuove mani? Per Augusto De Sanctis, Forum dell’acqua, uno dei massimi esperti italiani di ambiente, è arrivato il momento di guardare al resto del mondo, e di agire.
«A questo punto, visto che si sono fatti scappare l’occasione di acquistare l’impianto, occorre stringere un accordo con il privato che ne è diventato proprietario», spiega, «si possono fare tante cose, basta volerlo. Il cementificio è la porta d’accesso alla città di Pescara e va pensato in un’ottica di recupero e funzionalità, dovrebbe diventare un luogo alternativo all’attività industriale, fruibile e vivace, proprio come accaduto a Barcellona. Ci vogliono idee forti, legate al verde e alla qualità della vita, non enormi e invadenti infrastrutture che riportano Pescara indietro di cinquant’anni».
La prima cosa da fare? «Bonificare il sito», chiosa De Sanctis, «la proprietà dovrebbe fare un piano di caratterizzazione e verificare la concentrazione di inquinanti nell’area».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

