Centri commerciali, negozi chiusi E scoppia la protesta: è una beffa

PESCARA. La misura è colma, per i titolari dei negozi che si trovano all’interno dei centri commerciali. La chiusura obbligata nei giorni festivi e prefestivi, imposta per contenere la pandemia, sta...
PESCARA. La misura è colma, per i titolari dei negozi che si trovano all’interno dei centri commerciali. La chiusura obbligata nei giorni festivi e prefestivi, imposta per contenere la pandemia, sta creando perdite consistenti. E così ieri mattina hanno abbassato per alcuni minuti le saracinesche in segno di protesta, per far sentire la propria voce. «Chiudiamo perché vogliamo riaprire», era lo slogan della giornata promossa dalle associazioni di categoria, ed è proprio questa la richiesta dei commercianti: riaprire.
Sandro Di Nino, titolare di sei negozi in tre centri commerciali diversi, non nasconde la sua «rabbia» per non aver ricevuto alcun ristoro per una delle società solo perché «la legge è stata fatta male». Nella gestione della pandemia vede «un disastro» perché, ad esempio, «non è logico che un negozio di un determinato marchio sia chiuso nel centro commerciale, nel fine settimana, e aperto in centro città. Non è logico che un negozio di 250 metri quadri debba rimanere chiuso, nei centri commerciali, nel week end, e un tabacchino di 30 metri quadri in città resti aperto. Un centro commerciale è più protetto, tra vigilanza, scanner e gel per le mani. E con le aperture del week end sarebbe stato possibile spalmare la clientela su più giorni, mentre ora si fa la fila all’esterno 5 giorni su 7. In uno solo dei miei negozi ho perso 400 mila euro, in un anno, e ora continuo a perdere. Se si dovesse andare avanti così dovrei chiudere, perché l’attività non si reggerebbe: con la chiusura del fine settimana registriamo una perdita del fatturato che si aggira tra il 40 e il 50%. Ma per gli affitti continuiamo a ricevere richieste di pagamento dai centri commerciali. È vitale riaprire subito», conclude Di Nino dando voce al malcontento degli aderenti a Confcommercio.
Proprio a questa associazione di categoria ha fatto arrivare il proprio grido di allarme Sergio Campi, da Pescara, che parla di una «situazione catastrofica». «Ho chiesto di farsi sentire perché non possiamo più tenere chiuse le attività, tanto più che i contagi si sono azzerati». Le conseguenze dello stop forzato nei week end sono state pesanti, al punto che «abbiamo mandato una persona a casa. Siamo chiusi da novembre, a dicembre abbiamo lavorato solo 13 giorni e bloccarci il giorno della vigilia di Natale ha avuto delle ripercussioni notevoli, eppure la gente è uscita ugualmente e si è riversata in centro», dice sempre il commerciante facendo notare che ci sono state delle «disparità di trattamento».
«Abbiamo subito una mazzata, gli incassi sono scesi parecchio ma i nostri costi sono sempre gli stessi. Se si punta al rilancio non si possono chiudere i centri commerciali», conclude. La sua adesione ai temi della protesta è totale ma ieri «la beffa è stata doppia perché a Chieti, dove c’è uno dei miei negozi, le attività erano chiuse, in onore del santo patrono».
Da Confesercenti interviene Gianni Taucci che parla dell’insoddisfazione per «le scelte del governo sui centri commerciali. Non sono locali piccoli, non sono luoghi capaci di favorire la diffusione del virus. Se si riteneva che potessero essere dei posti di affollamento si poteva risolvere con il contingentamento delle presenze». Così non si è fatto, nei fine settimana, e le chiusure di festivi e prefestivi hanno solo creato problemi economici perché «non ci sono stati maggiori ristori e i commercianti hanno continuato a pagare fitti molto alti». C’è poco da gioire a pensare che «le attività non hanno potuto lavorare ma sono stati permessi i festeggiamenti per lo scudetto all’Inter», dice sempre Taucci guardando ai fatti degli ultimi giorni. Anche da Confesercenti, che parla una «adesione alta alla protesta», parte la richiesta «di far riaprire subito i negozi e di verificare i costi delle imprese, non tanto i fatturati. Come associazione», conclude, «ci stiamo facendo carico di questo problema per i futuri riconoscimenti alle attività da parte del governo».
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