Che cosa c’è nella mente del terrorista

Esame psichiatrico dell’Is. A livello individuale nessuna patologia, un folle ideale di gruppo
di CORRADO DE ROSA
Se un gruppo che si propone come Stato rivendica gli attentati di Parigi, ammesso che le rivendicazioni siano attendibili, sta dichiarando guerra. Una guerra di cui Tunisi, Charlie Hebdo, Copenaghen e, forse, l’aereo russo, sono piccoli tasselli. L’Is - lo Stato islamico - non è un’organizzazione terroristica ma un sistema statale con regole, usi, costumi e territorio, che usa il terrorismo e sfrutta in modo calcolato le reazioni delle vittime. Attraverso questa tecnica si pone un obiettivo politico e uno psicologico. Il venerdì 13 di Parigi colpisce più persone di quante siano state uccise proprio perché crea ansia, paura e insicurezza.
L’Is usa il mordi e fuggi per dichiarare guerra all’occidente, ma da quando si è “territorializzato” sfrutta il controllo del territorio per i suoi traffici come fanno i sistemi mafiosi. L’Is nasce in carcere. Lì, tra la Giordania e Camp Bucca, i suoi fondatori coltivano alleanze. I capi stimolano l’immaginario attraverso il meccanismo della sottrazione: nessuno sa bene chi siano i consiglieri di Al Baghdadi, lui compare pochissimo sui media e così diventa mito. L’IS gioca sul sogno di rivalsa approfittando del vuoto politico negli stati musulmani in cui dilagano corruzione, diseguaglianze e ingiustizie, dove la disoccupazione è alta e mancano infrastrutture.
L’Is ha il tribunale islamico: la Sharia. Invita ad abbandonare il mondo legale, nel suo caso la società consumistica, incita alla giustizia fai da te e alla spettacolarizzazione delle pene. Il reclutamento passa attraverso la paranoia: i capi si presentano come guerrieri e santi, il fondamentalismo diventa un organizzatore di pensiero in cui l’interpretazione dogmatica del Corano rifiuta ogni ideologia contraria. Il jihadista non pensa perché l’Organizzazione pensa per lui. L’Is legittima la posizione con la fede, ma le sue ragioni sono economiche e si radica cercando consenso popolare.
Chi vive nel califfato ritiene che l’arrivo dei miliziani coincida con il miglioramento delle condizioni dei villaggi: strade e mense sistemate, elettricità tutta la giornata, la sensazione di un governo equo, di uno Stato che corrisponde uno stipendio e si occupa delle famiglie dei kamikaze. Utilizza una tecnica assistenzialistica e una strategia promozionale basata sul presente: costi del trasporto pubblico abbattuti, bambini vaccinati gratis, mutui agevolati sulle case.
Il jihad dell’Is è il jihad del petrolio: col contrabbando di oro nero, l’Is fattura due milioni di euro al giorno. L’Is chiede il pizzo agli scafisti che organizzano il traffico dei migranti, a chi vuole transitare da una zona all’altra dello Stato, ai cristiani cui chiede di convertirsi (altrimenti pretende una tassa sulla fede). Fa la cresta sugli statali (Baghdad versa il salario agli impiegati che vivono nel Califfato, i funzionari distribuiscono i soldi dopo averne versato una parte all’Is). Le altre fonti di finanziamento sono sequestri di persona, traffico d’armi e di opere d’arte. Alcune informative di polizia internazionale parlano di un suo coinvolgimento nel traffico di droga.
Con l’attentato di Parigi, l’Is colpisce nella mente. Attacca la quotidianità: comunica che può farlo ovunque.
I media diffondono l’immagine dei terroristi come di autori di violenza feroce e incontrollata. Ma se il terrorismo è spesso feroce, raramente è incontrollato. Non sappiamo chi siano i membri del commando di Parigi, ma è semplicistico pensare che si tratti di disadattati pescati dalle periferie sociali. Possono non avere alternative esistenziali, però le biografie degli attentatori dell’11 settembre, per esempio, ci raccontano altro. I criteri psicologici per individuare il profilo di un terrorista sono fragili. Se volessimo tracciare un identikit diremmo che si tratta di persone giovani, astute e ambiziose, non disagiate, che provengono da famiglie numerose, di media cultura, single, con alle spalle traumi come morte o ferimento di familiari. Si tratta di gente che sopporta la prigione e il peso delle stragi, spesso indottrinata nelle scuole che insegnano i precetti del Jihad. Chi opera all’estero, si mimetizza nella cultura occidentale a cui resta impermeabile.
È facile presumere che il terrorista abbia una vena psicopatica, intesa come mancanza di misericordia e di riconoscimento dei sentimenti altrui, ma chi li recluta cerca altro: motivazione, impegno, disciplina, calma, concentrazione sull’obiettivo, tolleranza allo stress.
Il terrorista ha una fede cieca, giustifica i comportamenti in nome di un ideale più elevato, ne accetta le responsabilità perché li ritiene necessari, minimizza la sofferenza delle vittime, le considera inevitabili, disumanizza il nemico, sa reprimere gli scrupoli morali, impara scuse per sopprimere gli aspetti etici dei suoi comportamenti, si autogiustifica così: “Qualsiasi cosa noi facciamo, voi fate molto peggio”.
L’attacco di Parigi si sviluppa in un conteso socio-politico che lo genera, lo sostiene, lo dirige, lo controlla e lo consolida (attraverso la preghiera, per esempio). Ed è un comportamento di gruppo, che non è il risultato della somma di quello dei singoli. Nulla lascia intendere che l'adesione a una cellula terrorista sia frutto di una patologia individuale, questo vale anche per altri reati collettivi: quando alcuni imputati al processo di Norimberga furono sottoposti a test psicologici, l’esito fu di una sostanziale normalità di ciascuno di loro. Eppure si trattava dei capi del nazismo.
Si può sostenere che ci sia qualcosa che non va nella mente di chi decide di farsi saltare in aria. Ma le motivazioni più spesso sono comprensibili all’interno del contesto psicosociale in cui nascono e di sistemi di pensiero che non sono esclusivi di un malato: odio e violenza, fanatismo, interpretazione letteraria del Corano, senso di fratellanza nella realizzazione di un progetto vitale, idea di passare a un grado superiore nella scala sociale. Alla luce delle caratteristiche richieste per commettere azioni come quella di Parigi, è difficile ritenere che si tratti di follia. Si tratta piuttosto di una rete che ha coordinato e preparato un’operazione dettagliata con persone alla ricerca d’identità, concentrata sugli aspetti operativi per evitare quelli emotivi, che neutralizza i sentimenti negativi con la dissimulazione, crede in una ricompensa divina e in una sopravvivenza superiore, si immola in nome della nazione e della fede, considerata un valore più alto della vita.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

