Chi salverà la scuola? I bambini

23 Ottobre 2016

Dalla Sicilia ad Amatrice il viaggio di Benedetta Tobagi dentro le classi italiane

di MARINA MANDER

«1976, SETTEMBRE.. .. e il viaggio fanno male le orecchie/quando si scendono le montagne/e ognuno va con sé, dentro la corriera/anche parliamo senza parlare tutti neri come lavagne». Sono alcuni dei versi del poeta friulano Pierluigi Cappello che appaiono nel nuovo libro di Benedetta Tobagi “La scuola salvata dai bambini” (Rizzoli, pagg. 350, euro 18). Un saggio scritto con la preziosa grazia di chi sa far coesistere temi sociali e politici scottanti con la filigrana di un personale percorso di ricerca, un reportage narrativo e poetico nel microcosmo della scuola dell'obbligo, specchio della società intera e luogo previlegiato di progettazione. Benedetta è partita da Amatrice, l'ombelico d'Italia, poco prima della tragedia del 24 agosto, poi è stata a Milano, Torino, Roma, Napoli, Palermo, Udine, in altre grandi città e nei piccoli paesi: un viaggio nelle classi ad alta percentuale di bambini stranieri ma anche una discesa intima alla scoperta dell'alterità.

«Quando ho portato a Cappello i componimenti nati dal progetto “Fogli di viaggio. Bambini poetici viaggianti” della scuola Anelli di Padova, nel quartiere denominato la "Scampia del Nord", il poeta ha riconosciuto nelle loro parole la propria storia di migrante senzatetto dopo il terremoto del Friuli, due esperienze lontane si sono rispecchiate e hanno dato vita a qualcosa di molto bello" racconta Benedetta "il riconoscimento dell'altro arricchisce e sgretola il muro dei pregiudizi». Quali pregiudizi? «Vedere donne straniere solo come badanti o colf, dare loro del tu, poi a Udine incontri una mediatrice culturale che è anche avvocato e imprenditrice e ti vergogni dell'aver solo pensato di non usare il lei, credere che qui arrivino solo gli ultimi e conoscere famiglie solide, attente all'educazione più di quanto non lo sia un genitore italiano rimasto adolescente, pensare che i bambini migranti siano i più bisognosi quando a Napoli o a Palermo sono alcuni di loro a fare da tutor ai bambini dialettofoni provenienti da famiglie disagiate, imparentate con la criminalità: un capovolgimento dei luoghi comuni che fa capire quanto sia importante dare a ciascuno a seconda dei suoi bisogni». Racconti di frontiera che colgono sul fatto la discrepanza tra il discorso pubblico sull'integrazione e ciò che accade veramente, con insegnanti e dirigenti di una scuola sempre più povera che valorizzano la ricchezza dei bambini stranieri e «bambini italiani che in un musulmano non vedono un terrorista ma un compagno di banco, perché» dice Benedetta «è nel rapporto con il reale che l'inclusione rivela il significato più profondo: è condivisione, al di là della cultura, della nazionalità, della religione». Trovare codici comuni: lo sport alla Dante di Udine, la musica a Torino, ad esempio. «Alla scuola Dante Alighieri di Udine il 90 per cento degli alunni è straniero, le diversità sono state superate attraverso lo sport, è stato insegnato lo spirito di squadra e i bambini hanno smesso di litigare». Nuovi metodi didattici per abbattere vecchi confini. Ma come fanno i docenti a essere anche assistenti sociali e psicologi, formatori, mediatori, sperimentatori? «Le esperienze sono molto disomogenee, c'è chi si aggiorna e chi va avanti per inerzia. Ma è necessario abbandonare la schizofrenia che fa considerare la scuola un mondo a parte e creare collegamenti con la società, una scuola eccellente dal punto di vista didattico ma che dal 2009 soffre di continui tagli ai finanziamenti, che è in prima linea sui grandi temi ma con il corpo insegnante più vecchio d'Europa. Che senso ha tagliare i fondi a un'istituzione che, secondo una ricerca della Fondazione Agnelli, pesa per il 30 per cento% sulla formazione degli adulti?». La scuola, quindi, come laboratorio complesso dove si possono innescare alchimie virtuose o alimentare scintille che diventeranno incendi capaci di divampare ben oltre le pareti di un'aula. «Un albanese che vive ad Ancona mi ha detto: il futuro ce lo stiamo giocando adesso! Bisognerebbe far capire alle famiglie impoverite italiane che non sono i migranti ad aver creato il problema, evitare di ripetere gli errori dei paesi che hanno affrontato il tema prima di noi, noi non possiamo permetterci di sbagliare».

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