Chiude il Peschereccio, arriva Trieste

Via Roma. Dopo più di 6 anni la pescheria dove si mangiava diventa il laboratorio per la nuova idea di Ciferni: pizze al piatto
PESCARA. «Se n’è andato il prestigioso Beccaceci da Giulianova e dall’Italia, me ne vado pure io, in Spagna». Paolo Cialdella ha chiuso domenica il suo ristorante-pescheria “Il peschereccio” di via Roma e con un paragone «che non vuole essere presuntuoso» prende spunto dalla recente chiusura del celebre ristorante giuliese di pesce per spiegare le ragioni della sua scelta. «Ho venduto perchè non ce l’ho fatta. Perchè il mercato, soprattutto negli ultimi due anni, si è ristretto molto. Lo standard qualitativo che proponevo non riusciva più a coprire le spese. La gente ha meno soldi in tasca da spendere, figurarsi per andare a mangiare il pesce buono, di qualità. Diventa un lusso a cui si rinuncia. E allora mi sono deciso. Ma con la consapevolezza che ormai l’Italia esporta cultura e importa sottocultura. Nel senso che esporta la cultura del cibo, vedi Beccaceci a Londra, e poi però importa robaccia che si vende a quattro soldi. È proprio il sistema Italia che non va».
Una sconfitta, in qualche modo, per il giovane imprenditore brindisino che a Pescara si è sposato e ha messo su famiglia e che sempre a Pescara, il 4 novembre del 2009 aveva fatto il grande salto passando dalla piccola pescheria che gestiva in via Roma al ristorante-pescheria proprio lì di fronte. Dove il cliente che si sedeva al tavolo poteva andare a scegliere il pesce direttamente al banco. Un’idea che ha funzionato e ha divertito, ma che evidentemente, alla fine, non ha retto agli equilibri del mercato. «Il problema», riprende Cialdella, «è che oggi servono altri numeri, numeri grandi per poter sostenere tutto quello che c’è dietro a una struttura che punta sulla qualità. A differenza di altre pescherie-gastronomie che hanno aperto, noi abbiamo avuto l’ambizione di fare anche ristorazione, non solo fritture o aperitivi. Ma i costi sono troppo alti, mi sono reso conto di persona che l’imprenditore in Italia non può sopportarli. E così già dal 2015 ho iniziato a pensare alla Spagna». E adesso ci andrà davvero.
«Voglio aprire un ristorante stagionale a Ibiza, in Spagna, dove in estate c’è un movimento di un milione al mese di turisti e dove ci sono i numeri adeguati per dare qualità e trovare chi è disposto a pagare per quella qualità. Ho già parlato con dei pescatori del posto che hanno le barche. Se ce la faccio per quest’anno bene, sennò di sicuro nel 2018. Si tratta di lavorare da aprile a settembre-ottobre lasciandomi il tempo di stare con la mia famiglia. Perché alla fine è stata soprattutto una scelta di vita».
Certo, però, una considerazione amara alla fine la fa: «Fateci caso, gli italiani vanno a lavorare in Spagna, in Francia, in Inghilterra e da quei paesi nessuno viene ad aprire qualcosa in Italia. Ci sarà un motivo, o no?». Il motivo Cialdella lo conosce bene: «In Spagna per tre anni le nuove imprese non pagano tasse e contributi, e successivamente paghi il 25 per cento delle tasse forfettarie, lo scontrino non è fiscale e soprattutto le agevolazioni sono rivolte alle nuove imprese, non al dipendente che assumi, consentendo così all’imprenditore di scegliere tra il meglio che c’è». Ma alla fine: «Ringrazio Pescara, che mi ha accolto e ospitato e dove comunque resto».
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