Chiusa l’inchiesta sullo scandalo mense: 8 richieste di processo

19 Luglio 2019

Sotto accusa quattro rappresentanti di Cir Food e i titolari delle ditte di Vicoli e Sulmona che producono formaggi

PESCARA. Approda all'ufficio del gup la richiesta di rinvio a giudizio per gli otto personaggi che rischiano il processo per la vicenda dello scandalo delle mense: quello, per intenderci, che nel maggio del 2018 fece finire in ospedale 110 bambini, colpiti da intossicazione da Campylobacter (in tutto furono 222 i bambini interessati, delle scuole materne ed elementari del Comune di Pescara).
Il procuratore aggiunto Annarita Mantini e il sostituto Anna Benigni, non avendo ricevuto alcuna richiesta di interrogatorio o deposito di memorie dopo l'avviso di conclusione delle indagini da parte degli indagati, hanno firmato la richiesta di processo che ora passerà al vaglio del gup.
Gli imputati sono quattro rappresentanti della Cir Food (una delle società che in associazione con Bioristoro si aggiudicò la gara da 17 milioni di euro per le mense pescaresi) e quattro delle due ditte produttrici di formaggi coinvolte: Christian Savini e sua madre Maria Luisa Di Nicola della "Savini & Di Nicola" di Vicoli, e Angelo ed Eleonora Leone, titolari del caseificio "Leone" di Sulmona. Insieme a loro figurano il procuratore speciale della Cir, Marcello Capuzzi, che firmò i contratti di appalto; Massimo Merenda, direttore acquisti; Anna Flisi, responsabile dei sistemi di certificazione; e Fabrizio Gazzo, il supercontrollore degli alimenti.
Il lavoro portato avanti dai carabinieri forestali e dai Nas (l'inchiesta peraltro prese le mosse proprio dalla denuncia di un carabiniere forestale che fu costretto a ricoverare i suoi due figli), fu davvero lungo e complesso soprattutto perché dovettero fare il percorso inverso per arrivare a individuare chi aveva messo in commercio quelle caciotte incriminate, responsabili, come accertato dalle analisi dell'Istituto Zooprofilattico di Teramo, della maxi intossicazione alimentare.
Questo perché nessuno sapeva dell'esistenza del caseificio Leone, o meglio, l'azienda non figurava nella lista dei fornitori depositata in Comune: non erano conosciuti quali produttori dei formaggi serviti poi nelle mense ai bambini. Era Savini l'interlocutore ufficiale della Cir Food, ma siccome non aveva la strumentazione per pastorizzare il latte, requisito imprescindibile imposto dal capitolato di gara, Savini diventò una sorta di intermediario: acquistava le caciotte da Leone e le rivendeva a Cir. Il problema, accertato poi dalle indagini e dalle analisi, è che quel prodotto che arrivava dai Leone non era igienicamente idonee alla somministrazione. «Tale passaggio, però», si legge nell'informativa dei carabinieri forestali del colonnello Annamaria Angelozzi, «è avvenuto senza alcun tipo di contratto tra Savini e Leone e tra l'Ati e Leone, e senza alcuna comunicazione al Comune di Pescara, violando in entrambe le circostanze, quanto previsto dal contratto di appalto. Questa anomalia, inoltre, ha contribuito a rendere non coerente e non tracciabile la procedura di verifica delle eventuali non conformità rilevate sulle merci in quanto, una volta riscontrate, la relativa segnalazione veniva inoltrata all'azienda Savini, ma i rapporti di prova provenivano da un laboratorio privato ed erano indirizzati all'azienda Leone».
Il capitolo controlli è un altro aspetto delicato dell'inchiesta in quanto chi doveva effettuare i controlli periodici dei vari prodotti non lo avrebbe fatto. Le presunte responsabilità appaiono poi chiare anche dalle intercettazioni telefoniche dove, in particolare, Christian Savini parla a ruota libera ammettendo una serie di circostanze: «Perché là», dice, «hanno sbagliato tutti: ha sbagliato il Comune, ha sbagliato l'azienda, ho sbagliato io, ha sbagliato chi ha prodotto, abbiamo sbagliato tutti, per l'amor di Dio, però sto a pagà solo io».
Capuzzi e Merenda, insieme a Savini e Di Nicola devono rispondere di frode nelle pubbliche forniture per aver violato il capitolato di gara che prevedeva che tutti i prodotti caseari fossero lavorati con latte pastorizzato e non crudo. Gazzo, Flisin e i due del caseificio Leone, invece, devono rispondere di commercio di alimenti nocivi e di lesioni colpose.
Questo perché Gazzo e Flisi non avrebbero eseguito quel numero di controlli richiesti nel capitolato sui prodotti somministrati alle mense (una volta ogni due mesi presso ogni scuola) e soprattutto perché quando rilevarono tre episodi di non conformità del formaggio in tre scuole, non avrebbero dato seguito ad ulteriori controlli che erano indispensabili e che avrebbero potuto evitare quella contaminazione massiccia da Campylobacter. Peraltro, i Leone erano dotati di un pastorizzato obsoleto dove nello stesso tubo passava il latte crudo contaminato e quello pastorizzato.