Cinque Stelle, una crisi tra silenzi e tensione: «È stata una disfatta»

I rappresentanti regionali preferiscono non commentare Vacca: «Non ci aspettavamo un ko di queste proporzioni»
«È stata una disfatta». Chi più apertamente, chi meno, lo ammettono i parlamentari abruzzesi del Movimento 5 Stelle. Il risultato delle elezioni amministrative è stato troppo cocente. A livello nazionale, ma anche abruzzese. Tra i 49 comuni al voto in regione, i pentastellati sono infatti riusciti a presentarsi soltanto in due casi con le insegne ufficiali, ottenendo briciole: a Spoltore dove il M5S ha conquistato il 2,72% dei consensi e all’Aquila, dove il risultato è stato addirittura dello 0,70%. Il resto sono solo singoli candidati in appoggio sparsi qua e là tra le liste civiche.
Adesso sono quattro i nodi principali della discussione interna: l’identità del movimento, l’organizzazione e la ramificazione sul territorio, le divisioni interne e lo scotto del sostegno al Governo. Quindi la necessità di riorganizzarsi. I parlamentari abruzzesi del Movimento 5 Stelle ne parlano mettendoci la faccia e assumendosi la responsabilità di commentare il voto. Dovrà impegnarsi in prima person il senatore Gianluca Castaldi, nominato ieri sera nuovo coordinatore abruzzese del M5S (vedi articolo sotto). Mentre i due esponenti più in vista nel consiglio regionale abruzzese, la capogruppo Sara Marcozzi e il vicepresidente dell’assemblea Domenico Pettinari, hanno preferito non commentare e lasciare ai parlamentari la parola. E da Enrica Sabatini, attivista storica pescarese, socia dell'Associazione Rousseau, autrice del libro “Lady Rousseau” e compagna di Davide Casaleggio, arriva una bordata durissima.
L’ANALISI DELLA SCONFITTA
«Sapevamo che sarebbe stata dura, ma non ci aspettavamo un risultato di queste proporzioni»: parola del deputato Gianluca Vacca, che continua: «Ora dobbiamo trovare una nuova identità politica, c’è molto da lavorare». Ma c’è anche il tema delle divisioni interne. «È difficile risolvere scontri interni dovuti a personalismi. Il movimento ha bisogno di trovare una sua maturità e che qualcuno si prenda la responsabilità», dice la senatrice Gabriella Di Girolamo, che parla di «disfatta» e della necessità di una «ramificazione sul territorio che manca». Poi nel dettaglio del voto aquilano: «Sapevamo che il percorso era difficile, c’erano stati problemi nel creare la lista, li avevamo superati con tanto lavoro che purtroppo non è bastato. Ora bisogna ripartire dal gruppo». Aggiunge la deputata Daniela Torto: «Evidentemente non siamo stati nelle condizioni di poter intercettare con massima efficacia le esigenze del territorio. Questo in gran parte per via di situazioni endogene ed esogene che hanno rallentato la riorganizzazione del Movimento. I cittadini hanno lanciato un messaggio chiaro alla politica, con percentuali altissime di astensionismo. Il nostro compito è quello di lavorare per tornare a stimolare la partecipazione democratica».
Tra i nodi, c’è quello dell’appoggio al Governo Draghi. Se per la deputata Carmela Grippa «siamo stati sempre penalizzati nelle amministrative, ma questa volta forse abbiamo pagato lo scotto di scelte governative in anni difficili», più netto è il parere della collega Valentina Corneli: «Sostenere questo Governo è contro-natura, abbiamo dovuto farlo per senso di responsabilità». Sempre la Corneli sull’assenza di insegne del movimento nella gran parte delle elezioni locali, in special modo nel Teramano: «Giusto non presentare la lista se non si è in grado di partecipare. Presentarsi “tanto per farlo” non serve a niente. Mancavano progetti solidi, per problemi politici e territoriali specifici».
L’AFFONDO DI “LADY ROUSSEAU”
Durissimo l’affondo di Enrica Sabatini dopo lo spoglio delle elezioni. «Nel 2017 il movimento 5 stelle ottenne 347.021 voti alle elezioni amministrative. Furono eletti 10 sindaci, 337 consiglieri comunali e si presentò in 224 comuni senza alleanze, ma con liste sole contro tutti. Chi dice che il movimento non ha mai ottenuto grandi risultati a livello locale o mente o parla senza conoscere la storia», si legge nel suo attacco pubblico, che continua: «Il movimento aveva 45 sindaci, oltre 2 mila eletti ed era presente in modo capillare in centinaia di piccoli e grandi comuni. Ma era anche di più. Ogni consigliere comunale faceva la differenza. Perché non era uno, ma era dieci, cento, mille cittadini attivi. Il movimento era l’antidoto all’astensionismo e alla apatia civica perché aveva qualcosa che nessuno possedeva: la capacità di generare efficacia collettiva. La forza del movimento era la collettività, la sua morte è stata idolatrare l’individualità».

