Colapietra: occorre un nuovo patto di solidarietà tra i popoli

Lo storico aquilano: lo spirito originario non è cambiato ora bisogna declinarlo a livello europeo e internazionale
L’AQUILA. Il Primo maggio, fin dalla sua nascita, alla fine dell'Ottocento, è stato da sempre considerato un giorno di festa e di lotta. Oggi, con il lavoro che manca, col precariato in crescita e con sempre meno tutele per i lavoratori, da festeggiare c'è poco. Lo storico abruzzese, professor Raffaele Colapietra individua la chiave per superare questo difficile momento negli elementi costitutivi del Primo Maggio: l'internazionalismo e la solidarietà.
«La festa del 1° Maggio», ricorda lo studioso, «fu istituita a Parigi dalla Seconda Internazionale, nel 1889, nel centenario della Rivoluzione francese, per ricordare i lavoratori uccisi a Chicago tre anni prima mentre manifestavano per la riduzione della giornata lavorativa a otto ore. Che era poi il primo obiettivo che si proponevano i lavoratori di tutto il mondo, ai quali la celebrazione del Primo Maggio venne estesa l'anno dopo. Alla base della lotta da essi condotta contro la borghesia capitalistica e contro il militarismo, struttura portante del capitalismo, doveva esserci la solidarietà internazionale».
Solidarietà che non riuscì a impedire la catastrofe della prima grande mondiale.
«E' vero, ma lo spirito di solidarietà internazionale che caratterizzava le intenzioni originarie della festa del Primo Maggio non è cambiato. Il lavoro può mancare o cambiare, ma nulla impedisce che si possa stringere un nuovo patto di solidarietà tra i popoli».
Suggerisce un approccio diverso al problema dell'immigrazione?
«Non facciamoci illusioni. Negli anni prossimi, dato che il colonialismo non è morto, centinaia di milioni di emigrati, per sfuggire allo sfruttamento e alla guerra, dall'Africa si riverseranno in Europa. Sono compagni di sventura che vanno tutelati. In nome del lavoro essi difendono il diritto alla vita».
Ma se il lavoro non c'è?
«Gli emigrati si adattano a fare lavori che gli italiani non fanno. Come i nostri connazionali emigrati nei primi anni del Novecento negli Stati Uniti. Dunque non c'è paura che ci rubino il posto. In cambio, pagando le tasse, contribuiscono a pagare le pensioni degli italiani e a mantenere in piedi il Welfare. Gli emigrati dunque costituiscono un valore. Non alziamo muri contro di loro».
Rimane il problema degli italiani senza lavoro.
«Il problema va inserito nel contesto europeo. All'interno di questo sistema il predominio tedesco è un dato di fatto. Dobbiamo trovare quelle forme che evitino la sudditanza economica alla Germania. Di uscire dall'Unione europea, però, nemmeno a pensarci. Dobbiamo invece impegnarci perché tra i Paesi dell'Unione si affermi quello spirito internazionale e di solidarietà che è proprio del "Primo Maggio". In Italia non c'è lavoro, lo si cerchi dove c'è, in qualunque Paese d'Europa. I giovani non si perdano d'animo. Abbiano un minimo di intraprendenza e il lavoro lo troveranno di sicuro. Negli anni '50 e '60, dal Mezzogiorno si emigrava, in cerca di lavoro, nelle Regioni industrializzate del Nord Italia. Oggi si emigra nei Paesi del Nord Europa».
Fra 20 anni, dal punto di vista occupazionale, come si presenteranno l'Italia e l'Europa?
«Avremo un'Italia con una massiccia presenza di manodopera africana e un'Europa multietnica. E la convivenza civile è strettamente legata alla difesa del diritto al lavoro».
Qual è stato in questi ultimi anni il ruolo dei sindacati?
«Sono stati poco presenti. Ogni tanto si sente qualche flebile voce. Devono farsi sentire di più».
E i governi?
«La loro funzione, riguardo al mondo del lavoro, si è esplicata nel disciplinare, regolare. Spettava ai sindacati battersi perché i diritti dei lavoratori venissero tutelati. La classe lavoratrice difficilmente andrà al potere. La speranza coltivata fino agli anni Ottanta si è infranta contro il dominio incontrastato dell'imperialismo, di cui la dittatura è una forma antiquata. Ma che almeno si salvaguardino la dignità dell'uomo e la dignità del lavoro. Papa Francesco anche su questo insiste molto».
Perché gli operai votano per i partiti di destra?
«Perché non si sentono più rappresentati dai partiti di sinistra tradizionali. Oggi dall'identità di classe si è passati a quella individuale: non si lotta insieme per difendere la fabbrica, ma ciascuno bada a se stesso, cercando di difendere quel poco che ha».
Professor Colapietra, è d'accordo che si dia il "reddito di cittadinanza" alle persone che non lavorano?
«No, perché lo ritengo una forma di paternalismo parassitario».

