Comitato vittime Rigopiano: piena fiducia nella Procura

Oggi si torna in aula per definire l’unificazione del procedimento madre con quello sul depistaggio. Ma i familiari sollecitano chiarezza sul caso D’Angelo
FARINDOLA. Fiducia, paura e voglia di giustizia. Con questo stato d’animo i parenti delle vittime di Rigopiano varcheranno stamane la soglia del Tribunale di Pescara dove torna in aula il disastro dell'hotel raso al suolo da una valanga che fece 29 morti. Un’udienza preliminare davanti al gup Gianluca Sarandrea che dovrebbe servire per definire l'unificazione del procedimento madre per il disastro (che conta 25 imputati), con quello del depistaggio dove gli imputati sono soltanto sette e tutti della Prefettura.
«Rinnoviamo piena fiducia nella Procura, ma siamo preoccupati da una fase preliminare che non marcia spedita e soprattutto da un clima che, tra dubbi e sospetti, rischia di condizionare il processo, quando si aprirà», scrive il presidente del comitato parenti delle vittime di Rigopiano, Gianluca Tanda. «C’è adesso un’indagine in corso affidata alla Guardia di finanza, ma indipendentemente dall’esito di archiviazione o di accertamento delle presunte responsabilità, noi familiari delle vittime chiediamo chiarezza. Chiarezza significa ad esempio spiegare in modo trasparente e convincente le diverse anomalie del caso D’Angelo una volta per tutte», prosegue ancora il presidente del Comitato vittime di Rigopiano. «Il punto non è quello di sapere oggi se le ripetute telefonate inascoltate di Gabriele D’Angelo prima della valanga avrebbero potuto o meno cambiare il corso degli eventi. Sarà il processo a darci un risposta su questo. Oggi però ci chiediamo perché le indagini sul caso D’angelo, che inizia a prendere forma dopo appena sette giorni dalla tragedia, svelino tutti i fatti che sappiano solo nel novembre 2018, quasi due anni dopo la valanga?» E ancora: «Noi familiari delle vittime abbiamo il diritto di sapere cosa è accaduto. La memoria delle 29 vittime si onora innanzitutto con la verità di tutti i fatti accaduti e poi con le responsabilità che saranno riconosciute dalla sentenza di un processo libero da dubbi e sospetti. La Giustizia non può diventare la trentesima vittima di Rigopiano», conclude Tanda.

