Comuni in rivolta contro le nuove trivelle

Trenta enti abruzzesi, lucani e campani impugnano il piano Pitesai. Di Salvatore: «Se ne attivino altri»
PESCARA. Comuni in rivolta contro l’ipotesi di nuove trivelle. Sono già una trentina quelli abruzzesi ma anche campani e lucani, che hanno deliberato la volontà di impugnare il nuovo piano ministeriale Pitesai che rischia di sbloccare le pratiche per nuovi impianti di estrazione di idrocarburi. La questione annosa è tornata di stretta attualità a causa della crisi energetica e alle sanzioni verso la Russia – da cui l’Italia importa gran parte del gas di cui ha bisogno per riscaldarsi e produrre energia elettrica – e la conseguente impennata delle bollette.
A dare notizia del maxi ricorso al Tar del Lazio è il Coordinamento No Triv che, attraverso il costituzionalista, docente ed esperto in materia Enzo Di Salvatore, lancia anche un appello agli altri enti pubblici abruzzesi per unirsi alla battaglia.
IL PITESAI
La prima mossa del Governo per ridurre la dipendenza dalla Russia è stata quella di raddoppiare l’estrazione dai giacimenti nazionali già attivi, passando da 3 ad almeno 6 miliardi di metri cubi all’anno, per raggiungere almeno la quota del 10% del fabbisogno nazionale. Nel frattempo, dopo lunghe polemiche e rinvii, ha anche adottato il Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee “Pitesai”, contenuto in un decreto del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, che di fatto sospende la moratoria del 2019 sui nuovi progetti di estrazione. Il Pitesai individua i punti del territorio nazionale in cui sarà possibile avviare la ricerca e la coltivazione di idrocarburi. Per quanto riguarda la terraferma, l’area coinvolta è pari al 42,5% del territorio nazionale. Per l’area marina, invece, è dell’11,5%. L’Abruzzo è tra le regioni interessate sia con il suo entroterra che con il suo mare.
IL MAXI RICORSO
«Circa trenta Comuni abruzzesi, campani e lucani sono in procinto di depositare un ricorso al Tar Lazio contro il Pitesai adottato di recente» si legge in una nota del Coordinamento No Triv. «Il Pitesai» sostengono i trenta Comuni, assistiti dall’avvocato Paolo Colasante, « non è un atto di pianificazione, ma un documento che detta linee guida per il rilascio dei permessi di ricerca e delle concessioni per l’estrazione di gas e petrolio. Molti sono i dubbi di legittimità, a iniziare dal fatto che il decreto ministeriale fissa criteri flessibili e non rigidi per il rilascio dei titoli minerari, lasciando, in questo modo, ampia discrezionalità nelle mani del ministero, con grave incertezza sulle sorti dei territori». Continua il Coordinamento: «Con questo ricorso gli enti locali intendono anche affermare la propria contrarietà a una visione politica che ha fatto il suo tempo e che rischia di compromettere l’integrità del proprio territorio. Il rafforzamento delle estrazioni non risolverà in alcun modo il problema dell’attuale crisi energetica. Al contrario: le attività resteranno autorizzate per altri venti, trent’anni, e questo non consentirà al nostro Paese di rispettare gli impegni assunti sul piano internazionale con gli accordi di Parigi e quelli stretti in sede Europea, giacché entro il 2030 l’Italia dovrà ridurre le emissioni in atmosfera del 55% rispetto ai livelli del 1990 ed entro il 2050 dovrà raggiungere la neutralità climatica».
L’APPELLO
Sono quattro i Comuni abruzzesi che hanno già deliberato di unirsi al ricorso – Martinsicuro, Alba Adriatica, Pineto e Silvi – ma altri enti pubblici si stanno aggiungendo. «Chiediamo a più Comuni ed enti di attivarsi e rafforzare l’azione»: questo l’appello di Di Salvatore, «ora si può tornare a chiedere permessi. E alla luce di questo periodo storico, la lista dei progetti si allungherà, anche in Abruzzo». (l.t.)

