Con l’ambulanza a casa dei venditori di morte
Nelle intercettazioni i trucchi per acquistare e definire lo stupefacente. Il codice anti-polizia? «Fa caldo»
PESCARA. Mai chiamare la droga con il suo nome. Per non parlare esplicitamente dei quantitativi di stupefacenti da cedere, si faceva riferimento perfino alle «misure di un divano da trasmettere al mobiliere», come è emerso dalle intercettazioni telefoniche, e per evitare controlli veniva usato anche WhatsApp (qualcuno voleva provare pure con Instagram), oltre a intestare a terze persone le utenze telefoniche, nella speranza di non essere spiati. E invece la polizia ascoltava tutto, traduceva le conversazioni avvenute in francese e cercava di decriptare quelle in dialetto rom. Gli indagati erano anche osservati a distanza (sono stati usati dei visori ottici da lontano), per assistere direttamente ai passaggi di droga dopo gli accordi raggiunti telefonicamente. Monitorate anche le conversazioni sui pagamenti saltati e sul recupero delle somme non pagate «per la macchina», uno dei termini usati per indicare la droga, che veniva chiamata in mille modi diversi tra cui birra, oppure masso, se non formaggio o olio, per dirne alcune. Le espressioni usate al telefono sono le più diverse: per una consegna di droga a domicilio il fornitore di turno chiedeva allo spacciatore di poter passare a casa ad «aggiustargli la porta». Qualcuno si è preoccupato di chiedere, dopo la consegna, un giudizio sulla qualità della merce, per rilevare il grado di soddisfazione, e qualcun altro ha esaltato la qualità usando l'espressione «Top, top, top». Nelle conversazioni tra padre e figlio di Cappelle, per l'accusa entrambi spacciatori, spesso si parlava di «bazar», a indicare la droga, mai nominata esplicitamente. I due facevano riferimento anche ai nascondigli usati in casa per celare lo stupefacente (dagli accendini al microonde fino ad garage), e il figlio diceva all'altro che per confezionare le dosi doveva usare della «plastica buona, se la nonna ne ha», e raccomandava di «chiudere bene» i pacchetti. Nei loro colloqui si faceva riferimento a somme «incassate» o da riscuotere (il cliente «salderà appena prende lo stipendio»), di sostanza «da dare» solo se il cliente «paga» e anche al numero di dosi da «fare» e di consegne da effettuare (magari lasciando la droga nella cassetta delle lettere). A chi non pagava veniva detto esplicitamente qualcosa del tipo: «Andrà a finire male». E di fronte al pericolo di essere scoperti i due si dicevano di «stare molto attenti» e di dover «cambiare numero», essendoci il rischio delle intercettazioni, che non sono state solo telefoniche, ma anche ambientali. L'ascolto delle telefonate hanno riguardato, tra l'altro, una cessione di droga a un uomo che si è presentato a Cappelle, a casa degli spacciatori, con una ambulanza, fingendo un intervento. Era seguito dagli investigatori, che sapevano del suo arrivo lì. E' stato fermato sulla strada del ritorno, a Montesilvano, e la polizia ha scoperto che aveva appena acquistato droga (0.36 grammi) in cambio di 30 euro, come avveniva abitualmente. A proposito delle forze dell'ordine, qualcuno segnalava il pericolo in vista dicendo: «Fa caldo». (f.bu.)
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