Condanna choc a Passeri: pena di 25 anni

I fratelli del 31enne originario della Sierra Leone: «Siamo sconvolti, è in condizioni disumane, il governo italiano ci aiuti»
PESCARA. «25 anni da scontare, praticamente l’ergastolo. Siamo scioccati». Così Andrea Passeri, uno dei fratelli di Luigi Giacomo Passeri, il 31enne di Pescara arrestato in Egitto ad agosto dello scorso anno perché trovato in possesso di marijuana in quantità limitata all’uso personale, commentano la sentenza in cui il giovane è stato condannato a 25 anni da scontare nelle carceri egiziane, in quanto accusato di traffico internazionale di sostanze stupefacenti. L’udienza si è tenuta lunedì scorso al Cairo e, «nonostante i continui rinvii nel corso dell’anno, quella dell’altro giorno sarebbe stata decisiva», dice Marco Antonio Passeri, l’altro fratello che vive a Roma e che, seppur con difficoltà, è riuscito a ricevere delle lettere dal fratello, anche in questi giorni, dopo l’udienza. «Incredibile», afferma. «In dodici mesi non si è fatto nulla e ora arriva questa condanna pesante e totalmente ingiusta». I famigliari attendono di leggere le motivazioni della sentenza, per poi procedere, tramite l’avvocato egiziano che li segue, con la richiesta dell’estradizione da un lato e con il ricorso in appello dall’altro. Sul piano politico tornano a lanciare un «appello forte alle istituzioni, affinché si impegnino per far tornare il giovane in Italia». In particolare, nell’ultima lettera Luigi descrive al fratello il proprio stato d’animo.
«Lo scorso anno i poliziotti egiziani lo hanno arrestato con il sospetto che potesse nascondere della droga. Vi sono persone che hanno commesso omicidi e che hanno trasportato quantitativi enormi di cocaina e hanno avuto meno anni. Perché l’ergastolo?», incalza Marco Antonio, che ribadisce: «Ora ci preme farlo tornare nel suo Paese. Il governo italiano deve fare qualcosa». «Tra l’altro», aggiunge, «siamo fortemente preoccupati, come già detto più volte, per le sue condizioni psicofisiche. Nostro fratello subisce violenze dal primo giorno in cui è stato arrestato e rinchiuso in uno dei carceri più duri al mondo». Nella penultima lettera il giovane aveva raccontato, per la prima volta a distanza di un anno, la dinamica dell’arresto. I poliziotti, secondo quanto riferisce il fratello Marco Antonio, lo hanno massacrato con pugni allo stomaco. Pensavano che avesse della droga nella pancia e, una volta portato al commissariato, hanno continuato a picchiarlo. Poi sarebbe stato portato in ospedale, dove ha subito un intervento di rimozione dell’appendice. «I poliziotti», dice ancora il fratello, «gli hanno fatto firmare dei documenti sotto minaccia. Portato in carcere, lo hanno rinchiuso in una cella senza luce e piena di feci».
Sulla condanna e le critiche condizioni in cui il 31enne, originario della Sierra Leone ma arrivato a Pescara con la famiglia nel 1997, è costretto ad andare avanti in carcere, intervengono anche il deputato di Alleanza Verdi Sinistra Marco Grimaldi, che aveva presentato un’interrogazione nelle scorse settimane, e il segretario regionale di Sinistra Italiana Daniele Licheri. Chiedono, unendosi all’appello dei famigliari, «l’immediato intervento del Governo italiano». «Siamo di fronte a una vicenda dai diritti umani negati. Abbiamo visto il caso Regeni, la vicenda Zaki, non ci fidavamo di chi diceva che in Egitto andava tutto bene. È stato detenuto senza traduttori, sottoposto a un interrogatorio senza avvocati. Non c’è bisogno di sapere di che cosa Luigi Giacomo Passeri sia stato accusato. A noi basta sapere che, in base al diritto internazionale, tutti i prigionieri devono essere trattati rispettando la loro dignità, senza mettere in atto trattamenti inumani o degradanti. Condizioni che il centro di correzione e riabilitazione di Badr gli ha negato. Cosa ha fatto il Governo per evitare che Luigi Giacomo Passeri non subisse un processo farsa e una detenzione che rischia di portargli via tutta la sua giovane vita?».
Sul caso interviene anche il senatore di Iv, Ivan Scalfarotto: «Il ministro Tajani prenda immediatamente contatto con il suo omologo egiziano, anche convocando l'ambasciatore dell'Egitto alla Farnesina».

