CONFINI E NAZIONALISMI CI METTONO PIÙ A RISCHIO
A Londra ha avuto luogo un nuovo attacco terroristico, a un anno da quello che ha colpito Bruxelles, a pochi giorni dalle celebrazioni dei 60 anni dei Trattati di Roma, ma dopo diversi anni in cui...
A Londra ha avuto luogo un nuovo attacco terroristico, a un anno da quello che ha colpito Bruxelles, a pochi giorni dalle celebrazioni dei 60 anni dei Trattati di Roma, ma dopo diversi anni in cui svariate crisi geopolitiche, della sicurezza ed economiche si sono abbattute sull’Unione Europea. Ma alla commozione per le vittime e allo sdegno per l’attacco non riesce a seguire un’azione politica adeguata.
Tutto nel mondo indica la necessità di completare il processo di unificazione europea per far fronte alle sfide che nessuno degli Stati membri può affrontare da solo. Ma i governi nazionali tentennano e si dividono.
Diversi degli attacchi terroristici di questi anni avrebbero potuto essere prevenuti. Alcuni terroristi erano noti all’intelligence di uno Stato membro, ma manca uno scambio sistematico di informazioni sensibili e un’intelligence europea. Lungi dal rendere più sicuri i cittadini, i confini e le sovranità nazionali ci mettono più a rischio. La ricetta dei nazionalisti in salsa populista semplicemente non funziona.
La minaccia alla sicurezza interna è collegata a quella esterna. La sfida egemonica tra Stati Uniti d’America e Cina ha spostato il focus strategico americano sul Pacifico. Il conseguente vuoto di potere è la causa strutturale per il riemergere dell’espansionismo russo, per il crollo dell’ordine e dei regimi precedenti in Nord Africa e Medio Oriente. Finché tutta la nostra area di vicinato sarà in fiamme i flussi di rifugiati e migranti saranno inarrestabili. Quando la scelta è tra morire e fuggire è evidente che l’esodo non si fermerà con il reato di clandestinità, che serve solo a paralizzare le procure.
La nostra inazione di fronte a migliaia di persone che muoiono in quelle aree e alle milioni che vivono in contesti di guerra civile è il contesto ideale per il reclutamento dei seminatori d’odio. La nostra inazione ha reso sempre più esposta a queste tensioni la Turchia, favorendo la svolta accentratrice e autoritaria di Erdogan.
La pacificazione del vicinato richiede un investimento finanziario e politico-militare, per garantire la sicurezza e la stabilità dell’area. I 27 insieme hanno la 2ª spesa militare mondiale, 1,2% del Pil (più di tutto il bilancio Ue, un mero 0,9%), ma con una capacità militare ridicola. Una difesa europea è indispensabile per affrontare le sfide geopolitiche superando lo spreco di 27 inutili difese nazionali, nessuna delle quali è stata mai usata singolarmente negli ultimi decenni, ma sempre nel quadro di missioni multilaterali Ue, Nato o Onu.
Per superare la crisi economica serve un grande piano di investimenti europeo, di cui il Piano Juncker è il precursore e l’apripista. In un contesto di mercato e moneta unica solo a livello europeo è possibile una politica economica e fiscale in grado di rilanciare l’economia e l’occupazione e insieme promuovere la trasformazione ecologica dell’economia.
Il Presidente Mattarella ha dichiarato che il rilancio dell’Ue e la riforma dei trattati è ineludibile per salvaguardare i nostri valori di fronte alle sfide epocali che abbiamo di fronte: «Fatti gli europei è ora necessario fare l’Europa». Le crisi multiple che ci attanagliano spingono in quella direzione. La Dichiarazione di Roma non prevede decisioni, ma aprirà un percorso e un processo di ascolto e dibattito per arrivare a decisioni storiche dopo le elezioni francesi, tedesche e italiane e prima delle elezioni europee del 2019.
La richiesta che sale dai cittadini, dalle associazioni e dalle personalità della cultura e della politica che daranno vita sabato a Roma alle 11:30 in Piazza Bocca della Verità alla Marcia per l’Europa (www.marchforeurope2017.eu) è proprio questa: cos’altro deve succedere per fare l’Europa.
@RobertoCastaldi
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