Contro il bengalese 5 coltellate L’arrestato: «Non l’ho ucciso io»

9 Gennaio 2024

Il marocchino si difende: «Ho spinto Afjal ed è finito contro il coltello tenuto in mano da un’altra persona» Ma il giudice convalida il fermo: «La versione non è credibile, non può trattarsi di un colpo accidentale»

PESCARA. Ha negato ogni responsabilità il presunto omicida Brahim Dahbi, marocchino di 63 anni, arrestato dai carabinieri qualche ora dopo l’accoltellamento del bengalese Afjal Hossan Khokan (44 anni), avvenuto la mattina del 4 gennaio scorso sotto la palazzina di via Gran Sasso, abitazione di vittima e presunto assassino, al termine di una rissa. «Non ho usato il mio coltello ed ho solo spinto l’altro che mi stava aggredendo: c’era un altro bengalese che aveva il coltello e che lo ha colpito». Questa, in sintesi, la verità del marocchino che ieri è comparso dinanzi al gip Francesco Marino (difeso dall’avvocatessa Rossella Serra) per l’interrogatorio di garanzia.
IL MOVENTE Motivo della lite, a detta dell’arrestato, sarebbe stato lo stesso che da diverso tempo creava dissidi e turbolenze fra i bengalesi, che avevano affittato delle stanze in quello stabile, e il marocchino che era stato più volte “invitato”, in maniera decisa, a lasciare libera quella stanza che aveva in affitto. Una tesi difensiva che non ha fatto breccia sul giudice che ha confermato il fermo disponendo la custodia in carcere, così come richiesto dal pm Andrea Papalia. «La prospettazione difensiva dell’indagato», scrive il gip nella misura cautelare, «è apparsa inverosimile giacché il bengalese fu attinto da diverse coltellate, non da una soltanto come sarebbe stato verosimile nel caso di colpo accidentale. Inoltre, tale versione non dà alcuna giustificazione della presenza del sangue sul coltello da cucina rinvenuto nell’abitazione dell’indagato».
CINQUE COLTELLATE Ma non sono soltanto questi gli elementi in mano al magistrato e raccolti con tempestività dai carabinieri del Nucleo investigativo, guidati dal tenente Giuseppe Sicuro, che in poche ore hanno individuato il presunto responsabile. Per prima cosa, come ha evidenziato il gip, le coltellate inflitte alla vittima sarebbero 5 (il medico legale Ildo Polidoro ieri mattina stessa ha ricevuto l’incarico per l’autopsia, ma già dall’esame esterno erano evidenti le 5 coltellate, una al cuore) e quindi improbabile l’accidentalità del fatto durante quella rissa.
DUE TESTI CHIAVE Ma soprattutto ci sono due testimoni oculari che hanno riferito ogni particolare ai militari che, nell’immediatezza, hanno raccolto le dichiarazioni di quanti abitano in quella palazzina, compreso abbigliamento e riconoscimento fotografico del marocchino accoltellatore. Una donna ha assistito alla lite dal balcone della finestra: avrebbe visto un bengalese armarsi di un tondino di ferro e il marocchino correre in casa (abita al piano terra) ed uscirne subito dopo con un coltello in mano. Alla vista dell’arma, i tre bengalesi si sarebbero allontanati, ma uno di questi, la vittima, sarebbe stato preso dal marocchino e pugnalato di fronte, come sostiene il testimone. Un altro teste, un bengalese che abita allo stesso civico, uscendo di casa ha visto due suoi connazionali litigare con il marocchino, è intervenuto per dividerli, poi andando via ha visto che avevano ripreso a litigare e il marocchino sferrare una coltellata al suo connazionale. Entrambe le testimonianze, su richiesta del pm Papalia, verranno cristallizzate in un incidente probatorio. Altri testi, quella stessa mattina avevano assistito peraltro a una discussione animata tra il marocchino e un bengalese per un materasso vecchio appoggiato vicino al portone d’ingresso.
ACCERTAMENTI DEL RIS Intanto sono in corso gli accertamenti tecnici da parte dei carabinieri del Ris sulle tracce ematiche trovate sul coltello di Dahbi – trovato dai carabinieri nascosto su un mobile – e sui suoi vestiti sporchi di sangue, trovati durante la perquisizione nella sua stanza. L’arrestato deve rispondere di omicidio e porto abusivo di coltello.
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