Corruzione, assolti medico e imprenditori

15 Dicembre 2021

Condanna riformata in Appello e confisca revocata per Giorgio Robuffo, Maurizio D’Alleva e Mirco Rulli

PESCARA. Non ci fu nessuna corruzione nella vicenda del medico della Asl, Giorgio Robuffo, addetto al servizio di tutela della salute, condannato in primo grado insieme a due imprenditori.
I giudici della Corte d’Appello dell’Aquila hanno riformato completamente la sentenza di primo grado dei colleghi pescaresi che avevano inflitto al medico e ai due imprenditori, Maurizio D’Alleva e Mirco Rulli (socio effettivo e socio di fatto della International Work srl), un anno di reclusione ciascuno con l’aggiunta della confisca di circa 56 mila euro che corrispondeva al frutto della presunta corruzione.
Tutti assolti, dunque, e con la formula piena, perché il fatto non sussiste, e naturalmente revocata anche la confisca dei soldi che dovranno ora essere restituiti a Robuffo.
Il pm di Pescara, Andrea Di Giovanni, aveva concluso la sua requisitoria in primo grado, chiedendo sei anni di reclusione a testa per i tre imputati. Ma già i giudici pescaresi avevano ridimensionato la vicenda, assolvendo i tre dal reato di concussione e trasformando la corruzione propria in impropria: cioè quella più lieve, non per atti contrari al suo ufficio, ma per l’esercizio della funzione di pubblico ufficiale che ricopriva Robuffo.
Secondo la procura pescarese, il medico della Asl, che per il suo lavoro visitava le aziende per valutare la questione dei rischi e della salute dei lavoratori, avrebbe compiuto «atti consistenti nella reiterata bocciatura dei Documenti di valutazione dei rischi (Dvr) presentati dalle aziende, con particolare riferimento alla sezione valutazione del rischio da lavoro ripetitivo».
Una bocciatura che, secondo l'accusa, aveva come fine ultimo quello di indirizzare i titolari delle aziende ispezionate verso la società dei due coimputati, specializzata in questa materia. E la contropartita, stando sempre al teorema accusatorio smontato dai giudici di appello, consisteva nelle dazioni che venivano offerte a Robuffo: «promessa e corresponsione di utilità patrimoniali dissimulate sotto forma di pagamento di fittizie prestazioni professionali ai figli del medico» (30 mila euro a uno e 27 mila euro all'altra, nel periodo dal 2011 al 2014).
Ma ieri il collegio difensivo (Giancarlo De Marco per Robuffo, Marco Spagnuolo e Vincenzo Di Girolamo per gli altri due imputati) ha evidenziato alla Corte d'Appello i punti deboli della sentenza, scardinando quella condanna e portando i giudici a una assoluzione con la formula più ampia.
In primo grado, peraltro, la Asl di Pescara si era costituita parte civile chiedendo un risarcimento danni di 250 mila euro: ma ora, salvo un improbabile ricorso in Cassazione della procura generale, quella richiesta che avrebbero dovuto decidere i giudici civili in altra sede, viene anch’essa cancellata.