«Così mi sono liberata dopo vent’anni di botte»

26 Novembre 2015

Giovanna, 38 anni, ha spedito il compagno in carcere: l’ho fatto per le figlie

PESCARA. «Sono andata tante volte dai carabinieri, ma nonostante le botte non lo denunciavo mai. Mi sono decisa quando ha detto una parola brutta su mio padre. E allora ho detto basta. Perché fino a quando fanno del male a te lasci perdere, è come se ti abitui al fatto che non vali niente. Ma se iniziano a toccare anche le persone che ti stanno a cuore allora prendi la forza». Giovanna (nome di fantasia), pescarese di 38 anni, ne ha impiegati più di venti per decidersi a denunciare l’uomo che con l’alibi dell’amore le ha tirato la prima sberla quando erano poco più che ragazzini. Ma alla fine ce l’ha fatta a riprendersi se stessa e a offrire alle sue figlie l’unica lezione che non si può mancare: il rispetto per se stesse e per la propria dignità. Fino al punto, dopo averlo mandato in carcere per due volte, di sostenere e aiutare quello che al di là di tutto rimane il padre «delle nostre figlie».

Giovanna, qual è stato il momento più difficile?

Dopo la denuncia, quando da una parte sei felice perché sei uscita da quella situazione ma dall’altra ti sembra di aver perso tutto, non ci capisci più niente, e dentro vivi tutto come un fallimento.

Chi l’ha aiutata?

La mia famiglia mi ha sostenuto, è stata di grande aiuto, ma per anni i miei genitori non hanno saputo niente. Perché io fingevo con tutti. Avevo come una doppia vita. Per fortuna fuori riuscivo a essere solare e socievole come sono davvero. Nessuno se n’era accorto, nascondevo tutto anche perché c’è come il desiderio di continuare a far apparire la tua famiglia come quella che vorresti. E anche per vergogna, cerchi di non far capire niente. Ma da quando ho iniziato a parlare ho tirato fuori di tutto.

A chi l’ha detto per prima?

A una mia amica. Una sera le ho fatto sentire una registrazione, perché a un certo punto avevo iniziato a registrare quelle aggressioni. Lei mi ricordo che si è spaventata, ha detto che non se l’aspettava, perché poi eravamo stati tante volte a cena tutti insieme e non aveva capito mai nulla.

Lei e il suo compagno quando vi siete messi insieme?

Eravamo piccoli, alle medie.

Quando le ha dato il primo schiaffo?

In quel periodo, da ragazzini.

Il motivo?

La gelosia, come sempre. Lui era morboso è sempre stato molto possessivo.

Perché non si è ribellata subito?

Non lo so spiegare. Di carattere sono abbastanza forte, forse perché gli volevo bene, e come tutte le donne ho pensato che sarebbe cambiato. Ma non è successo. Anche a livello lavorativo non era preciso, oggi ci andava domani no. I soldi c’erano se li riportavo io. È stata dura tirare avanti. Ma per fortuna non mi sono mai sposata, lui voleva ma io no, non me la sentivo, anche se abbiamo avuto due figlie e sono andata a convivere con lui a 19 anni. E a 35 anni l’ho lasciato.

Come sono stati i 16 anni di convivenza?

C’era sempre tensione. Anche se mi ero talmente abituata a quel tipo di vita che mi sembrava la normalità. Standoci dentro è difficile uscirne, io lo amavo, pensavo anche a lui. Poi magari, è una cosa stupida ma succede, ti ritrovi a credere che se ce l’hai prese è come se te le sei meritate e allora cerchi sempre di fare in modo di accontentarlo, di fare come vuole lui, perché così va tutto bene. E al primo imprevisto scatta la tragedia.

Anche davanti alle figlie?

Negli ultimi tempi sì, ed è per loro che mi è scattata la forza. Anche se all’inizio sono stata male, è difficile staccarsi dopo tanti anni. Poi subentra la compassione, il senso di colpa, che è tanto. Anche quando vai al centro antiviolenza come sono andata io all’Ananke per sette mesi: loro ti parlano, ma se non ti scatta la forza dentro non risolvi nulla.

Quando l’ha denunciato?

Tre anni fa, quando disse una brutta parola su mio padre e allora non ce l’ho fatta più a sopportare. Sono andata dai carabinieri, ma a lui non ho detto niente neanche quando sono tornata a casa. L’ha saputo solo quando sono venuti a notificargli il divieto di avvicinamento e lui è dovuto andare via. Quel giorno sono stata malissimo, mi sentivo una traditrice, avrei voluto che la sua famiglia lo aiutasse, ma gli hanno voltato le spalle e lui si è ritrovato a dormire fuori. Mi chiamava al telefono per chiedermi scusa, mi faceva anche pena, gli portavo ogni tanto da mangiare. C’era stato un riavvicinamento anche se non potevamo. Poi però ho notato che si stava riattaccando troppo, e una sera non gli ho risposto al telefono. E lui ha fatto il macello, è venuto sotto casa e ha sfondato il portone, ha danneggiato tutto. E si è fatto sette otto mesi di carcere.

E quando è uscito?

Sembrava rientrato tutto, ma un pomeriggio ha creato di nuovi dei problemi, ci siamo sentiti al telefono, mi ha creato di nuovo quella tensione e sono tornata dai carabinieri. E l’hanno arrestato di nuovo. Si è fatto anche i domiciliari. Io poi l’ho aiutato, è il padre delle mie figlie, gli auguro di farsi la sua strada, voglio che le nostre figlie sappiano che finalmente tra di noi c’è tranquillità. Ma con me non tornerà mai.

A chi dice grazie?

La mia famiglia mi è stata molto di aiuto, ho avuto la fortuna che lavoravo. L’Ananke mi ha aiutato a leggermi dentro, a sfogarmi, ad analizzare una situazione che non riuscivo più a sostenere. Ma non so quanta possibilità abbia chi non ha una famiglia alle spalle, o un lavoro: se non hai l’appoggio di nessuno sei costretta a rimanere con quel mostro, ti annulli e non ne esci più. Ci vorrebbe un sostegno più concreto, perché la realtà è molto più difficile. Anche le case famiglia non sono una soluzione, se non hai un lavoro va a finire che ti levano pure i figli.

Ma dove nascono gli uomini violenti, di chi è la colpa?

Alla base c’è sempre la famiglia, che ti dà gli insegnamenti per come sarai un domani. Ecco perché ho trovato la forza di uscire da questa situazione, per le mie figlie. Per insegnargli il rispetto per loro stesse e che nessuno ti può mettere le mani addosso dicendo che ti ama. È un amore malato, e bisogna ammetterlo anche se è dura accettarlo, anche se è umiliante, se ti vergogni e hai paura.

Come sta adesso?

Adesso sto bene, ce la posso fare. Anzi, ce la sto facendo. Le mie figlie hanno un buon rapporto con il padre, e io ne sono contenta. È la prova che è meglio chiarire, anche a prezzo di paure e sofferenze. Poi il tempo aggiusta tutto.

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