«Cosa ci unisce? La nostra umanità»

All’Iis Alessandrini la lezione di don Mattia, il prete sulla nave che salva i migranti
MONTESILVANO. «Indipendentemente dalla nostra religione e dal mondo dal quale proveniamo, ciò che ci unisce è la nostra comune umanità». Ne è convinto don Mattia Ferrari, il giovane sacerdote di Nonantola (Modena) che nei mesi scorsi ha lasciato per qualche settimana la sua comunità per andare a fornire sostegno ai profughi appena salvati dalle onde. A raccontare la sua esperienza di cappellano per la ong “Mediterranea saving humans”, ieri mattina agli studenti dell’istituto Alessandrini, è stato lo stesso don Mattia, ospite dell’incontro promosso dalla scuola diretta da Maria Teresa Di Donato, per il progetto “Redistribuzione, mai più senza lavoro, reddito, casa”. Ha partecipato anche il consigliere con delega alle politiche della casa, Marco Forconi, che ha illustrato ai ragazzi l’iter per l’assegnazione e per l’eventuale revoca delle case popolari.
Dopo gli interventi degli studenti, il sacerdote 25enne ha spiegato le ragioni della sua scelta di salpare a bordo della nave Jonio. «La decisione è maturata in quanto i fondatori di “Mediterranea saving humans” sono miei amici da anni, in particolare quelli dei centri sociali bolognesi e dall’associazione Ya Basta. Conoscevo bene il loro impegno, generosità e coraggio e, quando mi hanno chiesto di prendere parte alla missione ho accettato per amicizia verso di loro e dei tanti migranti che conosco». A bordo, don Mattia ha incontrato persone anche molto lontane dal mondo della sua Chiesa. «La cosa bella è che le persone che compongono l’equipaggio appartengono a mondi diversi, dai centri sociali, all’Arci alle parrocchie. Così come le persone salvate appartenevano a diverse religioni. Ed è bello perché in quei momenti si sente davvero ciò che ci unisce, la nostra comune umanità, l’essere fratelli e sorelle». Di quei giorni, il sacerdote ricorda, in particolare, un salvataggio. «Quando gli abbiamo chiesto da dove venissero, con un grido straziante hanno risposto “dall’inferno”. E una volta a bordo, quando hanno realizzato di essere stati salvati, hanno iniziato a pregare, a cantare, ricordandoci che la vita è un dono da condividere con gli altri».
Don Mattia si è detto contento di incontrare i giovani: «Il mio invito è a credere nell’umanità. A capire che in un mondo segnato da ingiustizie, violenze, diseguaglianze, ci sono tanti segni positivi di rinascita. Il mondo può diventare più giusto e fraterno se tutti quanti apriamo il nostro cuore e impariamo a riconoscere in ogni altro essere umano che incontriamo un fratello e una sorella». (a.l.)

