Crepet: «La psicosi si può vincere solo tornando a una vita normale»

Intervista del Centro al famoso psichiatra che spiega come nasce la paura e di chi è la responsabilità Sotto accusa finiscono i social, ma anche il governo «che non ha un portavoce unico e competente»
«Il panico che si sta diffondendo è assolutamente ingiustificato e porterà danni economici rilevanti a un Paese già in difficoltà. L'emergenza coronavirus ci darà il colpo di grazia. Sarebbe stato opportuno che il governo identificasse un portavoce, un virologo, a cui affidare la comunicazione. La politica faccia un passo indietro: nessun ministro deve azzardarsi a parlare di cose di cui non conosce il merito. Ai cittadini vanno date comunicazioni corrette ed essenziali».
Paolo Crepet, psichiatra, sociologo, saggista e volto molto noto della televisione, nell’intervista rilasciata al Centro, parla a tutto campo dell'emergenza, anche psicologica, scatenata dal coronavirus.
Professor Crepet, sono giustificati panico e paura dilaganti per il coronavirus?
«Assolutamente no. Si tratta di un'epidemia che conosciamo, per la quale abbiamo anche rimedi terapeutici, così come dimostrano i casi di guarigione all'ospedale Spallanzani di Roma. È un'epidemia influenzale diversa dalle solite, una malattia che ha un'alta capacità di diffusione, comunque inferiore rispetto ad altre forme, e una bassissima mortalità. Questo è il dato oggettivo. Sono morte delle persone anziane affette da Covid-19, ma non sono state effettuate autopsie e non conosciamo la vera causa del decesso, in quanto avevano anche altre problematiche. Il tutto a fronte di migliaia di decessi per influenza tradizionale, che nessuno sembra prendere in considerazione».
Qual è la dinamica di questa paura?
«I social, purtroppo, svolgono una funzione non corretta. Forniscono numeri a caso, tra l'altro incontrollati e, spesso, non verificati. In un Paese civile sarebbero successe alcune cose che qui non sono accadute: il governo avrebbe nominato un portavoce, come avviene quando qualche personaggio importante è in ospedale, quando il Papa è ricoverato. C'è il direttore del Gemelli che, alle ore 12, riferisce alla stampa lo stato di salute del Papa. Andava fatto questo».
La comunicazione quindi gioca un ruolo essenziale?
«Sì, bisognava utilizzare il procedimento che ho appena detto perché, da un lato, salvaguardia il diritto di sapere la verità e dall'altro evita di diffondere panico ingiustificato – e siamo nel bel mezzo di una psicosi collettiva – che porterà danni economici gravi in Italia. Il governo avrebbe dovuto lasciare il campo, nella comunicazione di quanto sta accadendo, a un esperto che ha lavorato nell'Organizzazione mondiale della sanità. Nessun ministro, né sottosegretario o segretario di partito si azzardi a dare informazioni su cose che non conosce, perché non abbiamo virologi che fanno i ministri. In questo modo si sarebbe limitata enormemente la diffusione di notizie giuste o false che siano. Io avrei messo in atto una strategia di comunicazione diversa: alcune cose si devono dire, altre non si dicono, ma non per omissione, bensì per inutilità. Il numero dei morti dobbiamo renderlo pubblico, ma se faccio il bollettino sottolineando che la platea dei contagiati aumenta di 60 o 70 unità al giorno, allora scateno solo panico».
Come si amplifica la paura e chi l’amplifica?
«È molto semplice. In questo Paese avviene che una regione apra le scuole il lunedì e una regione le chiuda. Per quale motivo, se non quello di diffondere la psicosi tra i genitori dei ragazzi che, a quel punto, non si fideranno più di chi apre, ma di chi chiude? È mancata una strategia univoca. E non dimentichiamo che, in Italia, hanno fatto una battaglia contro i vaccini, la cui eco ancora oggi resiste: molti non si sono vaccinati contro l'influenza per via di questa cosa. Essere vaccinati per l'influenza non vuol dire nulla dal punto di vista della copertura per il coronavirus, ma avrebbe aiutato le persone ad avere meno complicanze».
È improprio dire che si tratta di una paura soggettiva, una proiezione?
«No, non è improprio. E questo amplifica gli effetti. Di coronavirus è autorizzato a parlare chiunque, anche un posteggiatore abusivo. A che pro? Vogliamo scherzare con il fuoco? L'Abruzzo, ad esempio, è una regione che vive come molte altre di turismo. Andiamo a dire agli albergatori abruzzesi e ai ristoratori che a Pasqua sarà tutto chiuso. Questi danni chi li paga?».
Ed è giusto silenziare le notizie riferite a nuovi casi e perché?
«Non si tratta di silenziare. Il ministero della Sanità, attraverso l'Istituto superiore della sanità, deve sapere tutto, ma ai cittadini vanno date le informazioni essenziali e a chi mi dice che questa è censura, rispondo che non viene scritto da nessuna parte, tutti i giorni, il numero di morti per influenza stagionale. Accanto al coronavirus, dovrebbe esserci una colonna di informazione sull'influenza normale, in cui si dice che, ad esempio, in questa settimana sono morte decine di persone, di una determinata età. Ma ci sono morti che fanno notizia e altri che passano inosservati con un distinguo incomprensibile».
Lei che cosa consiglia?
«Di lasciare spazio a chi sa. Le competenze, in Italia come nel resto del mondo, contano. Chi troverà il vaccino per il coronavirus sarà una persona competente, non sarà certo chi fa tutt'altro lavoro.
Il governo, ripeto, deve conferire ad un esperto il ruolo di informare l'opinione pubblica e i giornali. Non ci sono alternative. Se, poi, c'è qualcuno che vuole utilizzare il coronavirus per fare la campagna elettorale, allora siamo di fronte a irresponsabili totali. La cittadinanza deve essere informata ma al tempo stesso rassicurata: lunedì prossimo tutte le scuole devono essere aperte, le università, i musei, le biblioteche fruibili, i bar e i ristoranti devono riempirsi e nelle chiese va celebrata messa».
Perché questo è importante?
«Perché si deve tornare presto alla normalità controllando i focolai, che rimangono fino a quando l'ultimo dei cittadini diventerà asintomatico, e punire severamente chi da quei focus dovesse fuggire: alle famiglie che lasciano le zone rosse per andare altrove darei 500mila euro di multa. Inoltre, il ministero della Sanità dovrebbe impegnare subito risorse per nuove assunzioni di immunologi e virologi. Se io fossi il premier Conte direi, a chiunque dà soldi, industriali e imprenditori, all'Istituto Pasteur di Roma o alla ricerca per il coronavirus, che questi fondi saranno detassati al cento per cento».
È possibile superare la paura ed evitare lo stato d'ansia, e come?
«La paura si supera sapendo che posso andare al cinema e che posso portare i bambini al parco e smettendo di fare i pagliacci con le mascherine anche quando si è asintomatici. Vedo gente andare in giro ovunque, nei negozi, al lavoro, al supermercato, per strada con la bocca coperta. Ma non si tratta, certo, di contagiati. Dobbiamo smettere di restare aggrappati alla paura e riprendere le abitudini di sempre. Solo tornando a essere normali riusciremo a sconfiggere la psicosi da coronavirus».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

