Crepet: è una società che lascia i giovani soli

Lo psichiatra: «Per capire le cause di un suicidio bisogna guardare sempre a monte, non al fatto in sè»
PESCARA. «La vita è un istinto a conservarla, non a perderla. Quindi prima di fare un gesto così, devono essere successe altre cose, l’ultima delle quali è quella». Il professor Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e scrittore, parla in generale di quello che può esserci dietro a un suicidio, ma lo spunto arriva dalla notizia dello studente di Francavilla di 23 anni che si è tolto la vita a Bologna nel giorno in cui aveva invitato la famiglia alla sua laurea in Giurisprudenza. Una laurea inventata, così come gli esami che il giovane non era riuscito a concludere.
Professor Crepet, come si arriva a questo epilogo?
«Parlo in generale, e dico che è diffusissimo il fenomeno di ragazzi fuoricorso che dicono a casa che studiano e invece non è vero. Succede sempre. Bologna, Pisa, Firenze, Venezia, ovunque: gente che sta lì da anni e non fa un accidenti. Ce n’è a migliaia. E se la vogliamo dire, è un fenomeno che abbiamo voluto, perché porta guadagni: ai locali, a chi affitta le case, a tutto il sistema che gira intorno al mondo universitario. E non è che si sta facendo una rapina. Però poi non stupiamoci, non facciamo quelli che scoprono che c’è un mondo, una percentuale non così irrilevante di ragazzi e ragazze con meno di 30 anni che non fa nulla».
Ma quand’è che la bugia, come nel caso degli esami non fatti, diventa irrimediabile?
«Questo aspetto è legato alla personalità di ciascuno. Ma in ogni caso, se parliamo di suicidio, per capirne le cause bisogna guardare sempre il problema a monte, non alla cosa in sè».
E quanto incide la fragilità in questi casi?
«Io credo che bisogna domandarci se abbiamo una passione. Che cos’è che ci dà la forza? È la passione per quello che fai. La passione che ha lo scalpellino, il medico: qualsiasi mestiere ha bisogno di passione. Se non ce l’hai, è certo che sei più debole. Basta un po’ di buon senso per capire questo».
A volte, però, anche le aspettative degli altri possono condizionare una scelta. Nel caso degli studenti può essere anche quella di una facoltà che non coincide con la passione del ragazzo.
«Sì, magari tra i ragazzi che finiscono fuoricorso c’è anche chi non avrebbe voluto fare quella università e l’ha fatta solo per assecondare le aspettative di altri, e poi reagisce con rabbia, in questo caso contro se stessi».
E come fa un genitore a intercettare questo malessere?
«Non basta fare una domanda e sentirsi a posto alla prima risposta. Parlo da padre e, ripeto, in generale, senza alcun riferimento al caso specifico. E in generale dico che bisogna dedicare tempo ai figli, bisogna trovarlo e basta. E allora non gli chiedi solo “hai fatto l’esame?”, ma anche “com’è andata, che domande ti ha fatto, com’è il professore?”. E alla fine capisci che forse è successo qualcosa. Si chiama famiglia perché c’è qualcuno intorno a te. Sennò siamo soli. Sono tragedie della solitudine».
E la società, che responsabilità ha?
«Siamo una società che sta bene, stiamo molto meglio dei nostri nonni. Ma allora se abbiamo più soldi, pretendo anche qualcosa in più: e invece non si chiede più neanche come stai. La verità è che siamo nel pieno di una società orrenda, di cui tutti sono contenti. Oltre a questo ragazzo morto a Bologna, ci sono tanti altri esiti che non arrivano sul giornale, delle migliaia e migliaia di ragazzi che non studiano e non lavorano, perché tanto il papà 100 euro glieli dà. In Italia sono il 30 per cento di tutti quelli che hanno meno di 30 anni. Bisognerebbe che se ne occupasse il primo ministro, perché questa è una questione di ordine nazionale. Invece si parla di Pnrr. Ma cerchiamo di dirle le cose, sennò siamo tutti addormentati su questo benessere, e allora anche questo caso dolorosissimo sarà derubricato a tragedia personale. E di tutti gli altri, amen. Invece è la punta dell’iceberg, un fenomeno enorme che non vede solo chi vuole fare il cieco. Un “non futuro” controproducente per tutti».
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