Crollano gli occupati In Abruzzo meno 5%

13 Dicembre 2018

L’economista Mauro: il clima di incertezza spaventa le aziende

PESCARA. Ventiseimila posti di lavoro in meno, in Abruzzo, rispetto al 2017. Un crollo del 5,1% in valori percentuali, e del 5,6% se paragoniamo il dato al 2008, quando ebbe inizio quella che molti economisti hanno paragonato alla grande crisi del 1929. Nel terzo trimestre del 2018, dice l’Istat, che ieri ha pubblicato il report sul mercato del lavoro, dopo un semestre di crescita, in Abruzzo l’occupazione è tornata a scendere. Come logica conseguenza, il tasso di disoccupazione è passato dal 9,7% del 2017 all’attuale 12,1%, vale a dire 2,4 punti in più. Più del doppio del 2008, quando il dato dei dei disoccupati si attestava al 5,7%. Una frenata, quella abruzzese, che secondo il professor Giuseppe Mauro, ordinario di Politica economica all’università d’Annunzio di Pescara, non proprio in linea con le performance dell’economia italiana, che seppure in presenza di un rallentamento, riesce tuttavia a mostrare un timido aumento degli occupati (+0,6%).
LA VERA DÉBACLE. «Gran parte della caduta del livello occupazionale», osserva il professor Mauro, «è da attribuire al settore manifatturiero, che sempre nello stesso periodo, infatti, subisce un calo del 17,6% passando da 129mila unità lavorative a circa 106mila». Il primo segnale da cogliere, secondo l’economista, è il pericolo che dietro al livello occupazionale basso registrato in questo terzo trimestre possa celarsi «un preoccupante livello di stagnazione in cui potrebbe incorrere la nostra regione». Una possibile interpretazione, aggiunge il professor Mauro, «può essere affidata a 3 elementi, di carattere nazionale, internazionale e locale».
LE CAUSE SONO TRE. Partiamo dal primo, il fattore nazionale. «Il fatto che l’Italia», osserva Mauro, «abbia registrato nel terzo trimestre 2018 un Pil pari a zero può contribuire a spiegare le ripercussioni negative che possono essere trasmesse su una economia “aperta” come quella abruzzese. Il secondo motivo, quello di carattere internazionale, è da ricondurre alla presenza di alcune “tentazioni” protezionistiche che possono incidere sul dinamismo del sistema economico. Infatti», aggiunge il professore, se analizziamo l’andamento delle esportazioni nel solo terzo trimestre si osserva che per la prima volta, dopo tanti anni, la crescita dell’export è stata soltanto dello 0,6%. Non solo, ma facendo un confronto tra il valore dell’Abruzzo e quello del Regno Unito si registra un calo del 16%, e dell’1,7% per gli Usa. A livello locale, probabilmente, ma il dato va ulteriormente analizzato alla luce del mancato rinnovo, cui si assiste, dei contratti di quella ampia fetta di lavoro precario che coinvolge il Paese e in misura più marcata l’Abruzzo».
DECRETO DIGNITÀ. In questa situazione è assolutamente lecito chiedersi che tipo di impatto possa aver avuto il Decreto dignità varato dal governo giallo-verde, entrato in vigore a luglio, ma a pieno regime da ottobre. «Molte imprese», dice il professor Mauro, «alla luce dell’incertezza che regna sui mercati possono aver optato verso una soluzione non di rinnovo ma di cessazione del rapporto del lavoro. Alla luce di questi dati», aggiunge l’economista, «penso che il problema principale della regione sia la bassa crescita. Certo, l’Italia ha problemi che si chiamano efficienza della pubblica amministrazione, evasione fiscale, che si riflettono anche pesantemente sulla nostra regione, ma credo che il vero problema sia quello di avere un modello di sviluppo a basso tasso di innovazione che soffre nella sua interezza dei forti cambiamenti dettati dal progresso tecnologico, che si stanno sviluppando nello scenario economico».
UN PROBLEMA TIRA L’ALTRO. Il calo degli occupati non rappresenta, dunque, una iattura fortuita e casuale, ma la risultante di una serie di componenti. «L’altro problema dell’Abruzzo», sottolinea il professor Mauro, «è di avere una forte stagnazione della domanda interna, soprattutto con riferimento al dato dei consumi. Inoltre si è in presenza di un’accentuazione del carattere duale dell’economia, tra grandi e piccole imprese, tra pubblico e privato, tra insider e outsider (inclusi ed esclusi), tra settori che esportano e settori che non esportano. Questa è una regione che non può fare a meno del ruolo peculiare della piccola impresa, soffocata non solo dalla grande crisi economica che ne ha determinato un ruolo secondario, ma che ha incontrato e tuttora incontra difficoltà nel reperire le opportune risorse finanziarie non solo per affrontare i riflessi della crisi, ma anche per poter migliorare la propria performance operativa».
L’ANALISI E L’APPELLO. Non c’è dubbio che la crescita dell’Abruzzo debba necessariamente ancorarsi a quella italiana.
Servono, secondo il professor Mauro, «adeguati provvedimenti di matrice nazionale non più rinviabili, come ad esempio la rimozione degli ostacoli alla crescita dell’attività d’impresa, o ancora, per facilitare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro quale fattore strategico e vitale di un sistema economico in evoluzione. Perché in assenza di questo aspetto», ammonisce Mauro, «la perdita netta di capitale umano, oltre a determinare un mancato ritorno dell’investimento educativo fatto dalle famiglie e dallo Stato, può significare una sorta di impoverimento complessivo di una regione che guarda al futuro in termini di modernizzazione e innovazione».
LE ELEZIONI. «Nonostante le elezioni siano vicine non mi sembra che sia presente nel dibattito regionale il ruolo decisivo da assegnare alla crescita economica, e al suo interno, al problema del lavoro. Sarebbe quantomai opportuno», conclude il professor Mauro, «assistere a una partecipazione progettuale concreta e veritiera, nella quale accanto alle proposte nella loro articolazione vi siano anche le risorse opportune per coprire gli interventi programmati. Non bisogna fermarsi sulle recriminazioni e sul presente, ma bisogna guardare al futuro continuando a parlare di innovazione, conoscenza, investimenti e soprattutto di crescita perché solo con lo sviluppo si possono migliorare le condizioni di reddito della collettività».