Crollato l’hotel Roma con settanta turisti

Si temono decine di vittime. Il gestore Carloni: «Ho scavato a mani nude Ho salvato i miei cognati ma per mia zia non c’è stato niente da fare»
L’AQUILA. L’orologio segna le 5 del mattino quando provo a comporre il numero di Ivo Carloni. È passata poco più di un’ora dalla forte scossa che ha svegliato anche L’Aquila nel cuore della notte, come sette anni fa. Il tempo di capire. Un giro di telefonate frenetiche tra i colleghi. Arrivano le prime notizie frammentarie, i lanci di agenzia. Amatrice non esiste più. Il pensiero va a Ivo e alla sua famiglia, che gestisce l’albergo ristorante “Roma”, in via dei Bastioni, uno dei più antichi e rinomati del paese in provincia di Rieti, reso famoso in tutto il mondo per la sua cucina. Patria degli spaghetti all’amatriciana. Ivo Carloni è un amico, componente del Comitato locale dell’Aquila della Bcc Roma. Nelle nostre riunioni condividiamo idee e iniziative per rivitalizzare e sostenere i borghi storici. Tra questi, Amatrice. Uno, due, tre squilli. Poi la risposta. Il cuore fa un sussulto e la tensione che mi attanaglia lo stomaco lentamente si scioglie. Poche parole, pronunciate con voce concitata. In sottofondo grida e sirene. Al momento della scossa l’albergo ospitava una settantina di turisti. Di molti si sono perse le tracce.
Qual è la situazione?
«Il paese non esiste più. È crollato tutto, solo macerie. Macerie e polvere ovunque. Ci sono centinaia di persone intrappolate sotto le abitazioni che si sono sgretolate. I soccorsi faticano ad arrivare perché le strade di accesso al paese sono bloccate. C’è bisogno di tutto: generi di prima necessità, braccia per scavare, acqua, coperte. La desolazione è totale. Sembra una guerra».
E l’albergo “Roma”?
«È venuto giù subito, dopo la prima scossa. Il piano terra, quello più basso, si è schiacciato, trascinando con sé la parte superiore della struttura. Tutto è accaduto in pochi secondi. L’albergo, che si trova in centro, era pieno di turisti, come ogni anno in questo periodo di festa. Molti, avvertita la scossa, sono riusciti a fuggire, ma per alcuni, purtroppo, non c’è stato scampo».
Ci sono vittime?
«Almeno tre quelle accertate. Spero che il bilancio si fermi qui. Sono accorso subito sul posto, quando ancora non arrivavano i soccorsi: ho iniziato a scavare a mani nude per due ore, senza fermarmi, con l’aiuto dei vicini. Sapevo che sotto quel cumulo di macerie c’erano i miei cognati. Siamo riusciti a estrarli vivi, insieme ad altri due ospiti della struttura, tutti trasferiti negli ospedali più vicini. Per mia zia, invece, non c’è stato nulla da fare. I vigili del fuoco sono riusciti a tirar fuori almeno dieci persone, ma non siamo certi che vi siano altri turisti tra le macerie. Le operazioni di soccorso sono lunghe e laboriose».
In quegli istanti che cosa si pensa?
«Il mio pensiero è andato all’Aquila, alla tragedia di 7 anni fa. Stava accadendo a noi, alla nostra comunità. In quei momenti il terrore ti gela il sangue, ma devi trovare la forza di essere razionale e lucido, di mettere in salvo la tua famiglia e il maggior numero di persone. È quello che ho cercato di fare scavando al buio, tra le macerie e i calcinacci, più velocemente possibile. Ogni minuto poteva essere prezioso per salvare una vita».
L’albergo Roma era l’attività di famiglia. E adesso?
«Tutto è andato perso. Anni di lavoro e di sacrifici. Il ristorante, di proprietà della famiglia di mia moglie, era stato inaugurato nel 1897. Una struttura storica, molto apprezzata per la cucina tipica locale e i famosi spaghetti alla amatriciana. È il momento di rimboccarsi le maniche e di non arrendersi».
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