D’Alfonso: voglio essere interrogato prima

Il governatore anticipa il faccia a faccia in procura. I pm sentono Paolini e tre tecnici indagati che scaricano sui politici
PESCARA. È stato a sorpresa il giorno di Enrico Paolini negli uffici della Procura di Pescara, dove ieri è andato in scena il primo round di interrogatori dell'ultimo gruppo di 13 indagati nell'inchiesta sulla tragedia di Rigopiano. L'ex vice presidente della Regione Abruzzo, Paolini, subentrato ad Ottaviano Del Turco da luglio a dicembre 2008, doveva essere interrogato oggi. Ma il faccia a faccia con i magistrati è stato anticipato a ieri pomeriggio, su richiesta del difensore, l'avvocato Tommaso Marchese.
FORSE SABATO. Anche l'interrogatorio del presidente della Regione, Luciano D'Alfonso, previsto per il 26 giugno, sarà anticipato a sabato o venerdì prossimi per via dello sciopero dei penalisti. E’ stato il governatore a chiedere di essere sentito prima.
Questo nuovo filone dell'inchiesta, che conta 13 indagati, ha acceso i riflettori sull'operato dei vertici regionali, attuali ed ex, sia politici che tecnici e mira ad individuare eventuali responsabilità per la mancata realizzazione della Carta di localizzazione del pericolo da valanghe (Clpv). L’ex presidente vicario Paolini, ruolo ricoperto nel 2008 solo per quattro mesi e mezzo, si è difeso così: «Non ho esercitato poteri da presidente, ma ho gestito soltanto le elezioni», dice dopo il confronto con il procuratore Massimiliano Serpi e il sostituto Andrea Papalia.
SOLO PER LE ELEZIONI. «Quando mi sono insediato», ha aggiunto, «era sciolto il Consiglio regionale ed era dimissionaria la Giunta, quindi avevo solo poteri di ordinaria amministrazione e di atti urgenti ed indifferibili. Del Turco (arrestato per la Sanitopoli il 14 luglio del 2008, ndc) si è dimesso il 21 luglio e il 13 agosto ho firmato il decreto elettorale. Da quel momento, quindi, la Regione faceva soltanto cose ordinarie e non poteva fare altro».
Questa difesa è stata messa nero su bianco in una memoria difensiva di 13 pagine consegnata ai pm. «Abbiamo cercato di dimostrare la mia totale estraneità e chiesto l'archiviazione della mia posizione, nel pieno rispetto del lavoro dei magistrati», conclude Paolini. Prima di lui, sono comparsi davanti ai magistrati tre dirigenti regionali, anche loro finiti sotto la lente d'ingrandimento della Procura per la mancata realizzazione della Clpv.
AVANTI IL PROSSIMO. Vincenzo Antenucci (dirigente regionale del Servizio previsione e prevenzione rischi e coordinatore del Coreneva dal 2001 al 2013), ha parlato per oltre un'ora. Al termine dell'interrogatorio, i suoi legali, gli avvocati Mario Petrella e Franco Colucci, senza giri di parole, hanno messo a fuoco la questione: «Come avrebbe potuto predisporre un appalto, per assegnare l'incarico di realizzare la Carta valanghe, quando era stata preventivata una spesa di 1,5 milioni di euro che però non c'erano? Non ci sembra», hanno detto ai cronisti, «che possano esserci aspetti in grado di preoccupare Antenucci, che come dirigente della Regione non poteva disporre delle spese. C'era una legge regionale che non aveva copertura finanziaria. L'obbligo di dare copertura alla legge spettava all'organo politico». I due legali hanno anche evidenziato che Antenucci «Aveva inviato un'e-mail, alla persona deputata a decidere, nella quale si osservava che occorreva realizzare la Carta».
QUASI IDENTICO. Dello stesso tenore l'interrogatorio di Carlo Visca, direttore del Dipartimento regionale di Protezione civile dal 2009 al 2012.
«Il mio assistito», ha sostenuto l'avvocato Diego De Carolis, «aveva predisposto, insieme agli altri Servizi, le richieste di finanziamento alla Giunta per completare questa Carta, ma purtroppo quel tipo di servizio e di gestione soffre di una cronica deficienza finanziaria». E ancora: «Abbiamo tentato di chiarire che Visca proviene dalle Opere marittime e che in quel periodo si è occupato principalmente del terremoto. E poi, nel 2012, ha cessato l'incarico. Dopo di lui peraltro sono passati altri anni durante i quali non poteva curare l’iter della Clpv per evitare che la tragedia si verificasse».
L'avvocato ha precisato che, «in relazione a funzioni e compiti che gli erano stati attribuiti in quel limitato periodo, il mio assistito ha svolto tutto quello che era nei suoi compiti e poteri, tenendo presente che nel decreto di nomina delle attribuzioni delle sue funzioni era ben specificato ciò che doveva svolgere. Rispetto alla legge del 1992 sulla Carta valanghe», ha infine sottolineato De Carolis, «era semplicemente indicato un mero adeguamento normativo, mentre su altri indirizzi, come la Carta di prevenzione degli incendi, c'erano ben altre specificazioni, e infatti è stata portata a termine».
SI CHIUDE. Apparizione lampo, infine, per Giovanni Savini, direttore del dipartimento della Presidenza per tre mesi nel 2015. Assisto dall'avvocato Giulio Di Beradino, Savini ha spiegato di non avere avuto nessun rapporto con l'ufficio di Protezione civile e men che mai di avere avuto a che fare con la Carta valanghe.
«Il mio assistito», ha commentato Di Berardino, «ritiene di avere chiarito la propria posizione. D'Altronde il periodo nel corso del quale ha ricoperto quell'incarico in Regione è stato talmente breve da non lasciargli neanche il tempo di entrare in contatto con le questioni che gli contestano».

