D’Altrui: «La piattaforma ha bisogno di un rilancio»

L’ex pallanuotista pescarese è uno dei tre soci della srl che gestisce la struttura «Può diventare un’oasi naturale ed essere funzionale a nuovi progetti di ricerca»
L’acqua come habitat naturale. Che sia piena di cloro come in piscina oppure che abbia il sapore salino del mare resta sempre e comunque una compagna di viaggio. Marco D’Altrui, già capitano del Settebello medaglia d’oro alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, oggi resta con i piedi fortemente poggiati... sulle onde del mare, per parafrasare il pescarese Ennio Flaiano. È allenatore dei ragazzi del Club Acquatico di Pescara, società di pallanuoto, ed è anche uno dei tre soci della srl che gestisce la Torre Posidonia.
«Siamo in tre: due farmacisti, Antonio Teodori di Pescara e Mario Rapino di Manoppello, e io».
Perché un uomo di sport decide di puntare su un progetto scientifico di questo tipo?
«Se sono in questa società è per l’amore è che ho per il mare. La torre è in acqua dal 1994 e io sono sempre stato un appassionato del mare, dell’ambiente marino. All’epoca avevo molta amicizia con Mario Rapino che mi parlò di questo progetto nato come allevamento di pesci. Si chiamava Fattoria del mare e ancora oggi viene chiamata così. E quindi in quest’avventura mi ci tuffai a pesce (e come poteva essere diversamente? E qui viene fuori la seconda passione di Marco D’Altrui n.d.r). Ho iniziato come lavoratore, tanto è vero che negli anni a seguire mi sono iscritto come Operatore tecnico subacqueo (Ots) nella capitaneria di Porto».
In cosa consiste?
«Ogni anno faccio visite mediche accurate con camere iperbariche e poi lavoro anche al porto turistico come subacqueo. Ho fatto esperienza alla torre e sono rimasto in acqua».
Come è andata a finire la Fattoria della pesca?
«Dopo una decina di anni, il nostro allevamento intensivo, che poteva contare su molti pareri favorevoli come allevamento innovativo, ha incontrato qualche problema».
In che senso?
«Sono partiti gli allevamenti intensivi in Croazia e Grecia con reti in superficie, molto più economici come gestione. Noi, però, abbiamo un habitat ideale e potrebbe nascere un’oasi naturale con tantissimi tipi di pesce. I pescatori sono entusiasti e frequentano spesso l’area nei dintorni della torre».
Vista la concorrenza spietata non avete pensato di diversificare la produzione?
«Certo, abbiamo iniziato con l’allevamento delle cozze. Subito dopo sono sorte difficoltà a causa dell’innalzamento della temperatura dell’acqua e alcuni hanno puntato sulle ostriche».
E ora?
«Ora siamo tre privati, con Teodori, l’amministratore, che ha 80 anni, io che ne ho sessanta e siamo stanchi. Questa struttura deve essere presa in gestione da qualche ente. Può svolgere, e in parte già lo fa, attività di ricerca contro l’inquinamento, per lo studio della temperatura, dello smog. È un peccato che non venga sfruttata bene. Noi come privati non abbiamo più forza. La struttura è bellissima».
Cosa deve fare la Regione per evitare che la gestione della torre passi di mano?
«Dovrebbe contattare il nostro amministratore che sarebbe pronto a mettersi a disposizione.
Avete ricevuto notizie dalle istituzioni?
«Qualcosa in ballo credo che ci sia».
C’è qualcuno che vi sta aiutando?
«Ci sono avvocati che si stanno muovendo in questa direzione».
La torre è alta 85 metri: con i quattro pilastri che entrano per 40 metri sul fondale, più 20 metri di profondità e altri 25 metri in superficie. Quattro piani coperti di 250 metri quadrati di superficie per ciascuno. È super attrezzata. È stata messa in mare dalla Micoperi, la stessa società che ha risollevato la nave Concordia naufragata all’Isola del Giglio.
La Torre Posidonia è diventato anche il set cinematografico del film Mio papà del regista Giulio Base, con Giorgio Pasotti come interprete. Come è evidente è una struttura poliedrica che ha bisogno di essere rilanciata, altrimenti l’Abruzzo rischia di perderla. Definitivamente.
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