D’Amario: «Questi focolai ci devono preoccupare»

L’avvertimento lanciato dall’esperto: sta crollando il senso di responsabilità
PESCARA. I piccoli focolai sparsi per l’Abruzzo preoccupano, anche se adesso il virus è governabile. Così come destano timore gli ammassi terrificanti, per dirla con le parole di Claudio D’Amario, nei luoghi estivi del divertimento.
D’Amario, capo del dipartimento sanità della Regione Abruzzo e tra i setti saggi della task force nazionale del ministero della Salute, mette in guardia gli abruzzesi. Lo fa alla luce dei risultati degli ultimi giorni.
Professor D’Amario, il numero giornaliero dei contagiati torna a superare quello dei guariti: ci dobbiamo preoccupare?
«Guardi, l’unica cosa che mi fa stare sulla guardia attiva è il fatto che vedo scendere in modo importante il senso di responsabilità comportamentale. In questa trasmissibilità virale gioca un ruolo fondamentale il distanziamento, che non vedo più. L’altra sera sono andato a riprendere i miei figli in centro a Pescara e ho visto ammassi terrificanti di persone che non stanno neanche a venti centimetri tra loro e stando alle differenze di età non credo che fossero tutti congiunti quelli seduti ai vari tavoli dei locali. È giusto che vi sia una ripresa economica e delle attività, ma dobbiamo ancora mantenere gli accorgimenti adeguati. Non possiamo permettere una recrudescenza del virus. Adesso abbiamo la fortuna che lo conosciamo e sappiamo come intervenire per individuare in modo precoce i contatti e procedere con l’isolamento e le altre misure per evitare gli effetti drammatici di marzo e aprile. E sicuramente i casi, dal punto di vista respiratorio, come dice anche Zangrillo (primario del San Raffaele di Milano, ndr), sono minori. Però se comincia a ricircolare e a diffondersi sono guai».
Dove si sta sbagliando?
«Noto, soprattutto nella parte delle attività ricreative, diciamo anche quelle da spiaggia, un mancato rispetto delle distanze. È vero che l’Oms sconsiglia l’uso della mascherina quando si sta fuori, ma un minimo di distanziamento resta assolutamente importante. Un altro problema è quello dei casi importati dalle comunità dove c’è anche difficoltà a individuare la residenzialità».
A che cosa si riferisce?
«Ai lavoratori occasionali che stanno arrivando, ad esempio per l’attività ambulante o per lavorare in agricoltura. Spesso ci sono comunità dove si registrano affollamenti difficili da monitorare, perché c’è una scarsa residenzialità e tendono a spostarsi tra territori. Proprio poche ore fa abbiamo avuto un’allerta di lavoratori del Bangladesh entrati in Italia con un volo da Fiumicino. Ci vuole quindi un grande monitoraggio. E poi non c’è questo grande utilizzo di questa app Immuni, non abbiamo neppure raggiunto i 5 milioni di utilizzatori».
Come mai tanta diffidenza?
«L’efficacia di questa app la si ha se viene utilizzata almeno dal 60% degli utenti, altrimenti il tracciamento diventa difficile. Ci sono remore per il discorso della privacy, c’è preoccupazione che questo tipo di tracciamento vada un po’ a violarla. Non è così, perché il sistema è focalizzato sul Covid. E poi non dimentichiamo che al giorno d’oggi siamo continuamente tracciati con tanti altri sistemi: è molto più tracciante un social che l’app Immuni».
Le regole ci sono, secondo lei occorre rafforzare i controlli?
«Sì, senza dubbio. Anche perché ho visto spesso, nella movida, che vi è una presenza di forze dell’ordine abbastanza importante, però più rivolta al controllo di altri comportamenti. Ci vorrebbe una maggiore prevenzione, torno a ribadirlo, sul distanziamento, ad esempio parlando con i gestori dei locali. Siamo passati dalle barriere in plexiglass a un metro di distanza di qualche settimana fa ai venti centimetri attuali tra una persona e l’altra: questo fatto è preoccupante».
Ed è preoccupato per gli arrivi in Abruzzo da altre regioni italiane, soprattutto del Nord? Come ci si dovrebbe comportare?
«L’app è il modo per tracciare i contatti. Sono importanti i comportamenti. Un altro problema è quello relativo ai trasporti».
Ci spiega?
«Alcune regioni stanno liberalizzando troppo i trasporti locali, c’è un ritorno allo spostamento globale pericoloso».
Il governatore del Veneto, Zaia, chiede misure più drastiche, tipo il Tso per chi rifiuta il ricovero, come nel caso dell’imprenditore positivo dopo un viaggio in Serbia. Lei che cosa ne pensa?
«A volte sento di reazioni estreme. I problema è che passiamo dal chiedere misure permissive prima e restrittive poi. Noi dobbiamo osservare il fenomeno ed essere graduali, perché è la cosa migliore, valutando rischio, fenomeno epidemiologico, realtà varie, mettendo in relazione quotidiana i nostri casi, i focolai. È l’atteggiamento prudenziale migliore. Liberalizzare ad esempio il trasporto al 100%, come fatto da alcuni governi regionali, e poi preoccuparsi di rimettere misure anche penali, è sbagliato. Occorrono cautela e ragionevolezza perché la prima medicina l’abbiamo vista: se abbiamo avuto effetti buoni rispetto agli Usa o all’Inghilterra è successo perché abbiamo deciso di mettere il famoso lucchetto che ci ha permesso di esaurire la parte grave, gestita e curata nel modo migliore possibile. Chi non l’ha fatto sta faticando nella ripresa».
Torniamo all’Abruzzo e ai contagi.
«Per fortuna sono ancora pochi, però anche cinque, sei casi, se localizzati in più piccoli focolai, cominciano a destare preoccupazione e a richiedere un intervento immediato. Se ho un caso in ogni provincia vuol dire che ci sono da monitorare più contatti di quelle persone. Quando abbiamo anche pochi casi, però più diffusi, è il segnale che è necessario un intervento diverso. Abbiamo per fortuna delle situazioni cliniche più controllabili, una gestione migliore degli interventi perché allo stato attuale questa patologia, che entrerà tra le nostre malattie, è più governabile. Ma l’Abruzzo non deve abbassare la guardia».
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