Da tutta la regione a Lanciano: i lavoratori invadono la piazza

Le voci della protesta. Rita: precaria da 17 anni. Luigi: moglie, figli e un solo stipendio
LANCIANO. Precari, insegnanti, operatori della grande distribuzione, autisti, metalmeccanici, studenti, infermieri, dipendenti della pubblica amministrazione, operatori del cup, operai, lavoratori edili, pensionati, disabili, extracomunitari. In una assolata e folta piazza Plebiscito, dove svettano centinaia di bandiere rosse e blu ad inneggiare lo sciopero di Cgil e Uil contro la manovra finanziaria del governo, c'è tutto l'Abruzzo che soffre e che combatte.
La parte più fragile, dei dimenticati e degli ultimi, degli invisibili e dei senza nome, di chi chiede che si usi uno pseudonimo anche solo per dire che sarebbe giusto che l'azienda valorizzasse il lavoro delle donne, ma anche quella più forte, che tiene in piedi il Pil, che la mattina fa i salti mortali per assicurare il proprio servizio al pubblico, che fatica sempre di più sulle catene di montaggio e che porta il pane a casa, anche se ultimamente lo compra nel discount. Ed è un Abruzzo che ancora sorride, che canta e non smette di indignarsi, ma dove serpeggia, evidente, la paura.
LE VOCI. «Non lo dire come mi chiamo - dice un'operaia di una azienda del medio Sangro - lavoro da 19 anni, ma le donne in fabbrica fanno sempre più fatica. E ultimamente si va avanti, ma non vivi bene».
Non ha detto niente di così grave e di sconosciuto, ma con due figli ha paura che l'azienda le porti il conto. «Sono precaria da 17 anni - dice invece Rita, del Cup di Chieti - ho 60 anni, non sono qui per me che ormai la mia vita lavorativa l'ho fatta, ma per chi ci sarà dopo. Lo sa che non abbiamo contributi? Lavoriamo con un part-time imposto dalle aziende e la retribuzione è quello che è».
«Sono fortunato - interviene Luigi, 38 anni, dipendente pubblico in ospedale arrivato dall'Aquila - ho un contratto a tempo indeterminato, ma so cosa vuol dire essere precario, con contratti prorogati di mese in mese. E nonostante lavori anche mia moglie con due figli dobbiamo rinunciare a tutto: uscite, palestre, viaggi».
«Salvini lo sa che come ferrotramvieri lavoriamo anche il sabato e la domenica? - incalza Aurelio Di Eugenio, segretario Filt-Cgil Abruzzo Molise - siamo qui perché chiedere risorse sul fondo nazionale trasporti, per evitare tagli ai servizi e aumento dei bigliett».
«Come infermieri - dice Veronica Coccia, dall'Aquila - ci sentiamo offesi dall'atteggiamento del governo. La nostra figura non viene valorizzata e abbiamo responsabilità enormi, che si equivalgono a quelle mediche. I burn out sono all'ordine del giorno e per una donna la fatica è multipla perché dobbiamo gestire anche la famiglia e non abbiamo nessuna agevolazione sui turni».
«"Siamo contrari al piano di dimensionamento scolastico che penalizzerà le aree interne - rimarca Fabiola Ortolano, segretario regionale Uil scuola - oltre al fatto che ci sono innumerevoli problemi nel settore scolastico, a cominciare dal precariato, fino al divario dei salari con il potere d'acquisto, anche a parità dei "cugini" della pubblica amministrazione».
Ma sono le parole dal palco di Stefania Patrizi, 42 anni e da più di 17 dipendente Coop, a suonare la sveglia per tutti. «Lavorare nella grande distribuzione - racconta - significa essere sempre cordiali, sempre presenti, anche con il lockdown e con il terrore di riportare il contagio a casa. Significa passare i sabati e le domeniche al lavoro, con la famiglia a casa, fare sempre di più con sempre meno risorse. Abbiamo contatti con la gente di ogni tipo - continua - che ci rendono partecipi del loro mondo. È cambiato il modo di fare la spesa, i carrelli sono più vuoti, si fa fatica anche con i generi di prima necessità e ci ritroviamo ad essere spettatori e attori di una situazione drammatica. I clienti sono più nervosi, aumentano le aggressioni verbali e i furti. Non sapete che vuol dire incrociare gli sguardi di clienti abituali colti sul fatto. Siamo quasi tutte donne - conclude - e quasi tutte precarie: ci ritroviamo ad essere poveri anche lavorando».
Allegra Ferulli, responsabile del collettivo studentesco di Lanciano è lucida e tagliente: «Siamo in un sistema che elogia la meritocrazia, ma con un ministro dell'istruzione che sta cambiando i luoghi del sapere, trasformandoli in luoghi in cui il lavoro entra solo come sfruttamento, senza futuro e senza certezze. La scuola pubblica è una falsa retorica, è diventata un luogo tossico, un sistema punitivo volto a lasciare indietro chi non ce la fa».
L'AUTOMOTIVE. E buona parte dello sciopero di ieri l'hanno fatta anche i metalmeccanici.
I dati sono buoni secondo il segretario regionale Fiom, Alfredo Fegatelli: «Hanno scioperato tutte le fabbriche - dice - la Isringhausen con l'80% delle adesioni, ex Carrero con oltre il 90%, Stellantis, al primo turno, il 30%. Dobbiamo pretendere investimenti per nuove tecnologie e adeguare le aziende dell'indotto ex Sevel in modo da poter diversificare sui clienti e sui prodotti».
«Lo sciopero di oggi - interviene Nicola Manzi, segretario regionale Uilm Chieti-Pescara - serve a indurre il governo a sostenere un piano industriale nazionale di rilancio dell’automotive. Il settore metalmeccanico abruzzese ha bisogno di diversificare e attrarre soprattutto le nuove attività legate alle auto elettriche per salvaguardare l'occupazione e i posti di lavoro».
I SINDACATI. «È un dovere dare voce a chi non ce l'ha - esordisce dal palco Carmine Ranieri, segretario Cgil Abruzzo - e questa piazza è la migliore risposta al ministro Salvini le cui parole hanno superato il limite. Con questa Finanziaria avremo il depauperamento della sanità e della disabilità. Il governo fa solo favori ai soliti noti strizzando gli occhi agli evasori».
Per Michele Lombardo, segretario generale Uil Abruzzo «la legge di bilancio non è a favore di lavoratori, pensionati, giovani e precari. Le ricadute della manovra nella nostra regione - rimarca il leader dela Uil - sono tutt’altro che positive. I pochi fondi stanziati per la sanità pubblica nazionale si ripercuotono in modo negativo sul sistema sanitario abruzzese che non è più in grado di garantire servizi adeguati, soprattutto alle fasce più deboli della popolazione. La riduzione dei trasferimenti agli enti locali significa meno sostegno alle istituzioni comunali e meno risorse per le politiche sociali e non c'è alcuna attenzione nella manovra sull’aiuto alle politiche industriali legate al sistema produttivo nazionale e regionale».
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