Dal caffè di Rosa alla figlia di Paolo che rinuncia alla gara

14 Novembre 2017

ATESSA. Paolo, Rosa Maria, Erminio. Hanno storie, mansioni e progetti di vita diversi. Ma un unico sguardo, di rabbia e paura allo stesso tempo, come di chi affronta, a mani nude, una tempesta. Da...

ATESSA. Paolo, Rosa Maria, Erminio. Hanno storie, mansioni e progetti di vita diversi. Ma un unico sguardo, di rabbia e paura allo stesso tempo, come di chi affronta, a mani nude, una tempesta. Da due mesi il loro destino si è mischiato in un dramma che rappresenta il loro comune denominatore: sono tutti dipendenti Honeywell. Si conoscevano di vista, prima di 58 giorni fa, quando lo sciopero è arrivato a sparigliare le carte, ma oggi si sentono tutti dalla stessa parte della barricata, fratelli in una delle vertenze più tragiche e più singolari che la storia sindacale abruzzese ricordi. Paolo Ciccocioppo ha 46 anni e il prossimo 22 novembre avrebbe festeggiato 25 anni in Honeywell. È impiegato, ha tre figli di 16, 10 e 7 anni. La prima cosa a cui ha dovuto rinunciare, con dolore, dopo quasi due mesi di sciopero e una busta paga che a ottobre conta poche centinaia di euro, è il viaggio in Serbia di sua figlia, atleta di aerobica a livello agonistico, per partecipare a una gara internazionale. Ci vogliono 600 euro e questo mese non ci sono. Sua figlia gli ha detto: «Non fa niente papà, sarà per la prossima volta», ma a lui si stringe un groppo in gola mentre lo racconta. Paolo e la sua famiglia sono camperisti, ogni mese erano abituati a fare una gita fuori porta, anche nelle vicinanze. Dall’estate scorsa non c’è più posto nemmeno per le gite, e chissà se in futuro si potrà riprendere a viaggiare, tutti insieme. Eppure su 58 giorni di presidio Paolo ha partecipato a 50: «È più forte di me, non posso stare con le mani in mano, anche se venire qui costa, di benzina e per la quota che mettiamo per i pasti. Ma non posso, non possiamo mollare». Rosa Maria Salvatore ha 48 anni, da 23 è in Honeywell. È una delle pochissime donne dell’azienda. Fino allo scorso anno si occupava di contabilità, poi è stata trasferita all'ufficio sicurezza. Si occupava di bilanci e contabilità generale anche quando l’azienda produceva 10mila turbo al giorno. Adesso porta tutti i giorni due termos di caffè ai colleghi e quando può cucina per loro. Ha tre mutui sulle spalle, di cui due per la sua famiglia. Questo ottobre ha preso 400 euro. Non le bastano nemmeno per due rate. «Eppure», racconta, «di sacrifici per questa azienda ne ho fatti. Restavo fino a tardi, sono venuta da sola in auto con la neve, non mi sono mai fermata, nemmeno per farmi una famiglia tutta mia». Erminio Di Tommaso, operaio al montaggio, ha 36 anni e da 15 lavora in Honeywell. Sua moglie lavora per la Travaglini, una delle aziende della sub fornitura Honeywell, dove i 40 dipendenti destinati alla fabbrica dei turbo sono in cassa integrazione, che scade domani. Il loro è un dramma nel dramma: quello di una multinazionale che chiude e quello di 200 dipendenti dell’indotto che seguono a ruota lo stesso destino. Hanno un bambino di un anno. Ogni sera a cena si guardano negli occhi e si chiedono: «Cosa facciamo domani?». Erminio pensa al Natale: «Come faccio a non comprare niente a mio figlio?». A ottobre sono state 366 euro in busta paga, si tira avanti con i nonni, qualche prestito, ma domani? Paolo, Rosa Maria, Erminio. Se potessero incontrare i manager chiederebbero tutti la stessa cosa: «Perché? Come si fa a cancellare le vite di 420 persone solo per business? Come si può non rispondere dopo 58 giorni di agonia?».
Daria De Laurentiis
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