Dall’olimpiade al liceo: «Lo sport come la scuola»

Nicolai in cattedra al Classico: «Da alunno conciliavo studio e allenamento In campo gli atleti sono uguali agli studenti, chi è preparato non teme nulla»
PESCARA. Un campione di umiltà. L’olimpionico Paolo Nicolai è salito in cattedra nell’aula magna del liceo classico D’Annunzio per incontrare gli studenti. Gentile e disponibile con tutti, Nicolai, invitato dall’insegnante di scienze motorie Fabrizio Di Meo, ha risposto alle domande dei ragazzi, raccontando loro con estrema semplicità aneddoti e segreti della vita sportiva di atleta plurimedagliato.
«Non devo insegnare nulla», ha esordito davanti alla platea il 31enne giocatore di beach volley ortonese, «sono stato ragazzo come voi e da alunno ho frequentato il liceo scientifico, cercando di conciliare al meglio la passione per lo sport con l’impegno per lo studio. Credo di esserci riuscito al meglio grazie a una certa organizzazione». Che tipo di allenamento richiede questa professione? «Innanzitutto mi ritengo fortunato a fare quello che mi piace di più e questo è importante in tutti gli aspetti lavorativi. La stagione del beach volley rispecchia un po’ quella del tennis con quindici tornei all’anno che si svolgono dal mercoledì alla domenica. L’allenamento deve essere costante, con una doppia seduta quotidiana per sei giorni su sette. Insieme al mio compagno di squadra Daniele Lupo, con cui condivido tanti successi da oltre dieci anni, ci guidano uno staff di tecnici e preparatori atletici di prim’ordine».
Si avvicina lo studente Lorenzo D’Amario che gli chiede di ricordare le emozioni vissute tre anni fa a Rio de Janeiro, in occasione della conquista della medaglia d’argento olimpica: «Sul momento perdere non fa mai piacere», risponde Nicolai, «ma quando sono salito sul podio e ho avuto il piacere di toccare quella medaglia raccolta dopo tanti sacrifici, l’amarezza per la sconfitta in finale contro i brasiliani si è subito cancellata. Ripenso spesso a quei giorni intensi tra semifinale e finale: era come vivere in una bolla, cercavo di godermi tutti quei momenti al villaggio olimpico di Copacabana e allo stesso tempo restare concentrato negli allenamenti per la partita più importante della mia carriera. Poi, quando smette di suonare l’inno, senti dentro anche un pizzico d’orgoglio per rappresentare nel mondo la tua nazione d'appartenenza».
Come si regge la pressione per sopportare tanta responsabilità? «Nella maniera più semplice possibile, nel senso che durante una partita puoi aggiustare cose minime perché il massimo va fatto in allenamento. Non ci sono azioni più importanti delle altre ma ogni punto è uguale perché ti dà la possibilità di avvicinarti sempre di più all’obiettivo finale che rimane quello di vincere la gara».
Scorrono le immagini del match ball decisivo nella semifinale con la Russia, del servizio record di Nicolai contro gli Stati Uniti a ben 119 km/h e di un suo salvataggio spettacolare, ma lui preferisce concentrarsi sul rapporto speciale col compagno di squadra. «Quando si gioca in due è fondamentale il rispetto dei ruoli, e quando sai che uno fa il massimo per riuscire come lo vuoi tu, allora va bene. L’esempio calzante è proprio quello di voi studenti: se uno è preparato per l’interrogazione non deve temere nulla. Può anche andar male una volta, ma nel lungo periodo i risultati arrivano. Il beach volley non ha niente in più rispetto alla pallavolo tradizionale. L’età non fa troppa differenza, anche se in base all’esperienza cerchi di sbagliare il meno possibile. Devi pensare solo alle tue forze perché non puoi controllare troppo le mosse avversarie. Ho cominciato a giocare nella gloriosa Impavida Ortona per poi trasferirmi a Roma e, adesso, sono a Formia».
Studenti e docenti gli regalano una maglietta del liceo, e Nicolai promette tanto impegno per i giochi olimpici di Tokyo 2020: «Sarà la mia terza Olimpiade ed è già tanto essere sicuri di partecipare. Il livello è molto equilibrato, con la Norvegia un tantino superiore, ma puntiamo a vincere perché nella vita è giusto avere delle ambizioni. Il futuro? Vorrei giocare almeno altri quattro anni, e poi mi piacerebbe restare nel mondo dello sport».
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