Dalla tempesta del 2012 a Di Sante

Teramo, l’ultimo scossone porta la data del 2020 quando Mancini si fa da parte
TERAMO. Il 2020 è l’anno caratterizzato dall’ultimo evento che ha inciso sulla governance della Fondazione Tercas, sopravvissuta a ben altra tempesta. Il 10 marzo 2020, l’Autorità di vigilanza rileva che la nomina a presidente di Gianfranco Mancini, avvenuta il 18 novembre 2019, è irregolare. Non solo perché si configura, per il già consigliere di indirizzo Mancini, un terzo mandato consecutivo, ma anche perché non garantisce la parità di genere nel Cda, composto solo da uomini dopo la sostituzione di Enrica Salvatore, presidente uscente. Mancini però anticipa il provvedimento che lo fa decadere e si autosospende. Così, con la nomina di Tiziana Di Sante a capo della Fondazione, il tempo riparte dopo 29 anni di vita cominciati, il 24 giugno 1992, con la trasformazione dell’allora Cassa di Risparmio della provincia di Teramo (nata nel 1939 dalla fusione delle Casse di Risparmio di Atri e Nereto) in due enti: la società conferitaria Tercas spa, per l’attività creditizia, e l’ente conferente Fondazione Tercas, per le attività sociali. Ma il 30 aprile del 2012 esplode il caso.
Il ministro dell’Economia e delle Finanze dispone, su proposta della Banca d’Italia, lo scioglimento degli organi con funzioni di amministrazione e controllo di Banca Tercas. Scatta l’amministrazione straordinaria, che arriva alla svolta nell’ottobre 2014 quando le azioni ordinarie, di cui la Fondazione detiene il 65%, vengono annullate con contestuale aumento del capitale sociale attraverso il versamento, a fondo perduto, da parte del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, di 265 milioni di euro riservato alla Banca Popolare di Bari che acquisisce il controllo della Tercas. Ma questa è un’altra storia. Torniamo alla Fondazione sopravvissuta a quegli anni di tempesta.
Come il suo gioiello, che ne rappresenta il capisaldo del capitale sociale: Palazzo Melatino, da febbraio 2010 sede della Fondazione Tercas. È un gioiello storico di 1.193 metri quadrati, datato 1.200. Nel 1996 la Fondazione lo acquista spendendo 719.435, lo ristruttura e restaura. E ora vale in bilancio 6 milioni di euro. (l.c.)

