De Gregorio: «Le cicatrici non vanno nascoste»

La giornalista ha scalato le classifiche con “Mi sa che fuori è primavera” sulla tragica fine delle gemelline Alessia e Livia
Ci sono fatti di cronaca di cui improvvisamente tutti i media parlano e che poi, molto velocemente, vengono dimenticati. Nel gennaio del 2011 si discusse molto del caso di un padre, un ingegnere svizzero da poco separato dalla moglie, che aveva preso le sue figlie, due gemelline di sei anni, Alessia e Livia, e le aveva portate via con sé da Losanna, dove abitavano, scomparendo per giorni. Di lui verrà ritrovato il corpo senza vita, a Cerignola, in Puglia, mentre delle bambine non si saprà più nulla.
Irina, la moglie dell'uomo, che si chiamava Mathias, è una donna colta, italiana ma di formazione cosmopolita. Eppure tutta sua preparazione non le basta ad affrontare il dramma più terribile, quello di un genitore che perde i propri figli. Un dolore innaturale, che ti scava dentro. Così, qualche mese fa, decide di rivolgersi a un'altra donna, Concita De Gregorio, dopo aver letto un suo libro “Così è la vita. Imparare a dirsi addio” (Einaudi 2011), che cercava le parole per trattare dell'esperienza della morte delle persone care e del significato del lutto.
Da quell'incontro è nato un colloquio, e soprattutto un altro libro, un intenso ed emozionante: Mi sa che fuori è primavera (Feltrinelli, pp. 128, euro 13,00). Uscito alcune settimane fa, ha subito scalato le classifiche di vendita, perché i lettori hanno percepito con chiarezza la forte carica di coinvolgimento personale dell'autrice, la giornalista e scrittrice Concita De Gregorio, che abbiamo incontrato.
Che cosa ha determinato in lei l'incontro con Irina?
«Credo innanzitutto un percorso terapeutico: per lei, che sentiva la necessità di verbalizzare quanto aveva vissuto e quanto stava vivendo; per me, che ho imparato molto da questo ascolto; per chi leggerà il libro, perché si può dire che nella tragedia così enorme di questa donna sono contenute tutte le grandi e piccole tragedie, i grandi e piccoli drammi della vita di ciascuno».
Come avviene la guarigione?
«Nella cultura occidentale tendiamo il più delle volte a nascondere le "spaccature": quando un oggetto si rompe, cerchiamo di ripararlo con l'attaccatutto trasparente, in modo che non si veda che si era rotto e dove si era rotto. In Giappone invece fanno un'altra cosa: quando un oggetto di valore si rompe, lo riparano con oro liquido. È una tecnica assai antica, che non nasconde ma mostra le fratture, valorizzandole. Perché l'esperienza della rottura, della frantumazione, può essere un'occasione di sviluppo, di crescita, di maturazione, per essere più forti di prima. Dunque la terapia consiste nell'imparare a essere orgogliosi delle nostre cicatrici».
E qual è, fuor di metafora, questo metallo liquido?
«Per noi esseri umani si chiama amore. Riprendere a voler bene a qualcuno dopo un trauma è il modo sicuro per superarlo».
La struttura del libro è assai originale: vengono riportare le parole di Irina, sue lettere a diversi destinatari, suoi commenti di autrice...
«E c'è anche, se vogliamo, la componente di un giallo, sebbene si conoscano da subito le vittime e l'assassino, mentre manca il movente. Su quest'ultimo punto il testo non offre risposte univoche: presenta degli indizi, dei punti di vista, delle intuizioni, su cui chi legge è chiamato a riflettere traendone le conseguenze».
Che cosa riesce a dire la letteratura più del giornalismo?
«La letteratura riesce a fare una cosa unica e straordinaria: mette in scena, in forma di finzione, pezzi di realtà e li restituisce più reali. In un romanzo c'è una possibilità di scavo e di approfondimento che il lavoro giornalistico, per quanto esaustivo e ben fatto, non consente mai fino in fondo».
L’"Unità", il quotidiano che lei ha diretto dal 2008 al 2011, è da poco tornato in edicola dopo mesi di chiusura. Come vede il futuro di questa testata?
«Mi auguro che sia una nuova, bella avventura: dobbiamo senz'altro rallegrarci del fatto che questo giornale storico, fondato da Antonio Gramsci, abbia potuto tornare in edicola. Non posso però non ricordare un fatto di cui in molti sembrano essersi dimenticati: io come direttore e alcune decine di giornalisti della vecchia "Unità" ci troviamo a dover pagare centiania di migliaia di euro di debiti della vecchia società editoriale».
Di quali debiti si tratta?
«Debiti legati a condanne per cause civili mosseci per i contenuti di alcuni articoli da chi probabilmente aveva il solo scopo di intimidirci: parlo di persone che rispondono al nome di Silvio Berlusconi, Pier Silvio Berlusconi, Fedele Confalonieri... Normalmente è l'editore a dover pagare in massima parte in caso di soccombenza giudiziaria, ma quando l'editore non c'è più, la legge dice che tocca tutto a direttore e redattori. Purtroppo la nuova società che ha preso a rieditare "l'Unità" finora su questo punto è stata assente. Sarebbe una bella cosa per il nuovo editore e per il Partito Democratico che si trovasse una soluzione, perché ci sono decine di colleghi schiacciati da richieste esorbitanti di denaro a cui faticano a far fronte e il cui pagamento normalmente non spetterebbe loro, ma appunto all'editore. È una battaglia per la libertà di informazione».
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