De Marco, fuggito dalla guerra torna da profugo nella sua città

20 Marzo 2022

Dalla paura a Kiev al calore di Pescara. Aiuta l’Ucraina fabbricando giubbe anti-proiettile

Se ne è andato dalla sua Pescara 13 anni fa per cercare fortuna nel mondo, da sei vive a Kiev, ora è tornato in Abruzzo da profugo di guerra. Così Alberto De Marco, 45 anni, si è ritrovato sfollato e ospite dell’hotel Excelsior di Montesilvano insieme ad altri 85 ucraini in fuga, tra cui 33 bambini. «Nell’hotel posso toccare con mano il fatto che il mio Paese si prende cura di chi è in stato di grande difficoltà. Sono orgoglioso degli italiani e degli abruzzesi», dice.
Da imprenditore e consulente finanziario, insieme alla compagna ucraina Anastasiya fuggita dalle bombe, si è trasformato in mediatore linguistico e punto di riferimento dei profughi nella struttura ricettiva. Nel frattempo ha avviato una rete solidale che in Ucraina produce introvabili giubbotti antiproiettile e li dona ai civili e ai soccorritori che rischiano di finire nel fuoco incrociato della guerra. Giubbotti artigianali che si possono donare anche dall’Italia: chi li indosserà nell’Ucraina sotto le bombe, avrà ricamato sul petto il nome di chi glielo ha donato finanziandone la realizzazione.
VIA DALL’ABRUZZO
Il suo racconto parte da Pescara, dove è nato e cresciuto, passa per Teramo, dove si è laureato in Giurisprudenza e ha ottenuto un master in cooperazione finanziaria internazionale. Ha lasciato l’Abruzzo e l’Italia nel 2008, per il suo lavoro ha girato il mondo per otto anni, dal Senegal al Giappone. Finché nel 2016 ha deciso di spostare la sede della sua azienda a Kiev. Qui fino a poche settimane fa viveva con la compagna Anastasiya, architetto. «Quando sono arrivato l’Ucraina era una El Dorado. Ho avviato tanti progetti di cooperazione finanziaria internazionale e di business design, sulla creazione di start-up, soprattutto nel campo dell’innovazione tecnologica. Prima dello scoppio della guerra stavamo lavorando a un progetto per la realizzazione di un androide», spiega.
LA GUERRA
«Nessuno si aspettava una guerra, figurarsi di queste dimensioni», continua nel suo racconto: «sono tornato in Italia pochi giorni prima dell’attacco russo per rifare il visto: l’ho ottenuto il 22 febbraio. Il 24 è cominciata la guerra. Io ero bloccato in Italia, mentre Anastasiya era a Kiev, rifugiata nella metropolitana. All’inizio non arrivavano gli aiuti e si è creata una rete solidale tra i cittadini: usciva lei con altri volontari ma senza protezione, per reperire beni di prima necessità e distribuirli all’interno dei rifugi. Sotto le bombe e tra le sirene di allarme. Andarsene era difficilissimo: non solo per i tanti pericoli per le strade, ma anche per il difficile viaggio da Kiev verso il confine europeo».
IL RITORNO DA PROFUGO
«Sono stati giorni terribili, di grande paura. Grazie ad amici ucraini siamo però riusciti a ricongiungerci al confine: io e Anastasiya siamo tornati in Abruzzo con un pullmino con i nostri due cani, ma anche con quattro mamme e i loro bambini. Ci siamo diretti nella mia Pescara», continua, «qui ora sono un rifugiato anche io. Anzi no, perché essendo italiano residente all’estero non ho diritto a questo status: sono qui come convivente della mia compagna».
Quindi sulla rete di accoglienza in Abruzzo, di cui si dice orgoglioso: «All’inizio si è vista un po’ di disorganizzazione. Caotica è stata anche la fornitura di abbigliamento ai profughi. Ma tutto è stato compensato dalla grande solidarietà degli abruzzesi. Nell’hotel abbiamo un grande magazzino ben organizzato, che gestiamo noi, in cui ci sono tutti i beni di prima necessità che sono stati donati agli ucraini in fuga». Poi ancora: «Tutti qui – me compreso – hanno lasciato in Ucraina ogni cosa e affetto che avevano: dalla casa alle persone care. Tutti quindi non vedono l’ora di riprendersi la propria vita e tornare. Negli ultimi giorni però cominciano a capire che ci vorrà tempo. Vogliono anche tornare a lavorare e cercano di farlo anche da qui: c’è chi dal pc riesce a lavorare lo stesso, come un professore universitario che insegna da remoto dall’hotel a Montesilvano».
GIUBBOTTI ANTIPROIETTILE
«Nelle le strade ucraine rischi di incontrare colpi vaganti ma anche sciacalli. I civili che aiutano non hanno giubbotti antiproiettile, ma non ce li hanno nemmeno i soccorritori, i vigili del fuoco, gli idraulici, gli autotrasportatori, gli elettricisti».
«Talvolta nemmeno i soldati. Perché non si trovano: con il Covid non sono stati prodotti e ora tutti gli altri paesi hanno fatto scorte svuotando i magazzini», spiega, descrivendo il suo progetto: «Quindi, insieme ad alcuni amici, abbiamo deciso di fondare un’associazione per produrre protezioni da donare ai civili. Si chiama “Lvivska Brama” e stiamo cercando di trasformarla in onlus. Sotto le bombe e in luoghi segreti, ucraini che prima facevano tutt’altro hanno cominciato a produrre artigianalmente giubbotti antiproiettile. Riusciamo a farne 15 o 20 al giorno. Li consegniamo alle autorità, che li distribuiscono alla popolazione. Nei giorni scorsi un piccolo record: 7 ore dopo averli prodotti a Kiev, erano già in distribuzione nella martoriata Kharkiv». Tutti possono donarli: «Non ci guadagna nessuno, chiediamo solo le spese dei materiali per produrne altri. Un giubbotto del genere può costare 1.200 dollari, noi lo facciamo pagare circa 300. Se decidi di finanziarne uno – si può fare tramite il sito web www.lvivskabrama.org - puoi far cucire il tuo nome sul giubbotto. In pratica puoi salvare una vita e farti un amico per sempre. Ovviamente puoi avere la prova fotografica di dove sono andati i tuoi soldi e se non vuoi mettere il tuo vero nome, puoi anche scrivere un breve messaggio per chi indosserà il giubbotto».
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