Di Pietrantonio ora finisce in carcere «Spari per vendetta: voleva uccidere»

Il 28enne accusato di tentato omicidio resta in silenzio durante l’interrogatorio, il gip: «Poteva assassinare sei persone» Scatta la custodia in cella: «Ha aperto il fuoco ad altezza d’uomo tra la folla, è in grado di commettere tutti i reati»
PESCARA. Il gip di Pescara non convalida il fermo di polizia nei confronti di Jhonny Di Pietrantonio, ma dispone, a carico del presunto responsabile della sparatoria davanti alla discoteca Maja del 23 agosto scorso, finalizzata all’uccisione di un addetto alla sicurezza e che ha provocato il ferimento di due ignari clienti, la misura della custodia in carcere. Tentato omicidio, lesioni personali e porto abusivo d’arma sono i reati che il pm Giuliana Rana ha contestato all’indagato che ieri mattina, assistito dal suo legale di fiducia, l’avvocato Roberto Serino, è stato sottoposto all’interrogatorio di garanza nel corso del quale ha scelto la strada del silenzio e di non rispondere alle domande del gip Giovanni de Rensis. Quest'ultimo, nella sua misura cautelare, ha evidenziato anche i futili motivi che hanno scatenato la furia omicida dell’indagato: e cioè il fatto che l’addetto alla sicurezza aveva negato il suo ingresso in quanto la ragazza che era in compagnia di Di Pietrantonio era minorenne e sprovvista di documenti. «Mo’ vengo, mo’ vengo, ti faccio vedere io», aveva detto l’indagato alla sua controparte, minacciandolo di «fargliela pagare», come scrive il pm nell’imputazione. Di Pietrantonio, stando alla ricostruzione della vicenda fatta dagli uomini della squadra mobile, sarebbe andato via in auto con la ragazza, l’avrebbe fatta scendere vicino casa sua, avrebbe preso la pistola e uno scooter e sarebbe tornato davanti la discoteca per compiere la “vendetta” e lavare quell’affronto subito. Tutto ripreso dalle telecamere dell’hotel Maja e della zona anche vicino casa dell’arrestato.
Il gip ha negato la convalida del fermo di polizia, in relazione a un possibile pericolo di fuga, in quanto l’indagato aveva telefonato in questura per annunciare che si sarebbe presentato con il suo avvocato, ma ha anche deciso per la misura massima proprio in base agli elementi raccolti dalla polizia e alle testimonianze di quanti hanno assistito a quelle drammatiche scene che avrebbero potuto provocare una strage. «Un soggetto», scrive il giudice de Rensis, «che ritiene “doveroso” tentare di assassinare (con una pistola) una persona con la quale ha avuto un diverbio, e che nel fare ciò apre il fuoco ad altezza d’uomo verso un “ambito spaziale” all’interno dove vi sono numerose altre persone (con le quali non aveva avuto contrasti e del tutto estranee alla vicenda), deve essere considerato un soggetto in grado di commettere qualsiasi tipo di reato nei confronti di chiunque e in ogni circostanza di tempo e di luogo».
Quella notte, oltre all’addetto alla sicurezza, potevano rimanere uccisi anche i clienti del locale. «Si evidenzia», spiega infatti il gip, «come Di Pietrantonio abbia sparato con l’intenzione di uccidere Ndiaye El Hadji, come appare chiaro non solo dal numero dei colpi esplosi (sei), ma anche dalla traiettoria degli stessi e da come egli miri appositamente verso l’uomo che si sposta, si abbassa e cerca di ripararsi per non essere attinto».
L’arrestato conosceva il vigilante, così come quest’ultimo lo aveva subito individuato come “Jo”, anche perché sembra che i due, tempo addietro, abbiano avuto un vivace scambio di opinioni (dove sembra che Di Pietrantonio abbia avuto la peggio). Sta di fatto che, quando Di Pietrantonio torna davanti alla discoteca arma in pugno, grida il nome di “Mustafà”, come viene chiamato l’addetto alla sicurezza. Una sequenza immortalata «senza ombra di dubbio» come si legge nella relazione della polizia, dalla telecamera dell’hotel Maja.
Univoche e concordanti vengono definite dal giudice le testimonianze degli altri addetti alla sicurezza presenti quella notte, così come le dichiarazioni degli addetti al locale che furono costretti a trovare riparo dietro tavoli o qualsiasi altro riparo a portata di mano. «Ho visto che aveva una pistola», riferisce una dipendente del locale, «l’ha presa e l’ha puntata verso di noi che gli eravamo di fronte in linea d’aria. In quel momento ho avuto l’istinto di abbassarmi ed ho iniziato a sentire tanti colpi d'arma da fuoco e le schegge di legno dell’insegna del locale o delle transenne che mi colpivano le gambe».
Attimi di terrore e paura per i tanti presenti. «Alla luce dei precedenti penali e giudiziari», aggiunge il gip, «la capacità criminale di Di Pietrantonio non può non ritenersi davvero eccezionale. Infatti l’azione illecita appare gravissima avendo deciso di assassinare un essere umano; avendo egli “recuperato con rapidissima professionalità criminale” una micidiale arma corta (una pistola calibro 7,65 della quale si sarebbe disfatto nell’immediatezza dei fatti e che non è stata ancora ritrovata dagli investigatori, ndr) che di certo già deteneva illegalmente; non essendo riuscito nel suo intento per cause a lui non riconducibili; avendo concretamente posto in essere una condotta che poteva cagionare la morte di sei essere umani; i motivi a delinquere devono ritenersi futili». E il giudice conclude affermando che «si è di fronte ad un nullafacente che appare avere posto in essere, nei suoi trent’anni di vita, soltanto condotte illecite». Adesso, appena l’avvocato Serino riuscirà a leggere gli atti del procedimento, potrà argomentare la sua linea difensiva.
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