Diario di un sequestro: Odissea di 24 ore per i pescatori abruzzesi

10 Agosto 2017

PESCARA. Un’Odissea di 24 ore. Tanto è durato il sequestro del Nausicaa, un peschereccio pescarese fermato in mare dalla polizia croata. È stato bloccato martedì pomeriggio e ha potuto lasciare l’altr...

PESCARA. Un’Odissea di 24 ore. Tanto è durato il sequestro del Nausicaa, un peschereccio pescarese fermato in mare dalla polizia croata. È stato bloccato martedì pomeriggio e ha potuto lasciare l’altra parte dell’Adriatico solo ieri sera, attorno alle 20, dopo un processo all’equipaggio. Gli contestavano la pesca in acque croate. Sebbene l’armatore, Mimmo Grosso, in prima linea in numerose battaglie per il porto cittadino, abbia respinto categoricamente l’accusa.
Tutto è iniziato dopo il controllo in mare: il peschereccio ha dovuto raggiungere l’isola di Vis e restare lì fino al processo, che si è tenuto ieri pomeriggio. E solo dopo aver pagato una contravvenzione di 28mila cune (circa 4.000 euro), anticipati a Vis dall’amico di un amico, il Nausicaa ha potuto lasciare la Croazia alla volta dell’Italia. Una brutta avventura per Grosso e il suo equipaggio composto dal fratello Paolo, Mabrouk Slimane e Omar Faied, che avevano lasciato il porto di Pescara nella notte tra domenica e lunedì scorsi. La cronaca del lungo stop forzato comincia martedì, attorno alle 17.30, quando la polizia si avvicina al peschereccio, sale a bordo e contesta la presenza in acque croate, cioè in acque vietate, facendo anche notare che il Nausicaa sta pescando. «In realtà avevamo salpato», specifica Grosso, ed «eravamo in acque internazionali», cioè oltre le 12 miglia dalla costa croata. L’armatore è più che sicuro. Ci metterebbe le mani sul fuoco: «C’è la strumentazione che indica la posizione e poi conosco questa zona come le mie tasche», dice convinto.
Per dimostrare la propria tesi la polizia fornisce a Grosso le coordinate in cui si troverebbe l’imbarcazione «ma quelle coordinate dimostravano esattamente il contrario», sottolinea l’armatore. Gli addetti al controllo non vogliono sentire ragioni. Comunicano all’equipaggio che il peschereccio deve raggiungere Vis, per un processo. Grosso si attiva subito, contatta la Regione Abruzzo e il presidente Luciano D’Alfonso interessa i ministeri competenti e la diplomazia. La versione della Capitaneria di porto di Pescara avvalora la tesi di Grosso: da un controllo a distanza la posizione dell’imbarcazione appare chiara. Ma in Croazia vanno avanti con il processo. «Fissato prima alle 11, poi alle 14 e quindi alle 17» di ieri, prosegue Grosso. Dopo una notte a bordo e un giorno intero di tensione, con il Nausicaa stretto dalle motovedette della polizia, l’equipaggio si presenta davanti al giudice.
La polizia mantiene la propria posizione, e «noi abbiamo ribadito la nostra», spiega l’armatore pescarese. «Abbiamo rifiutato un avvocato e la possibilità di presentare ricorso perché abbiamo capito che non c’era alcun interesse dei croati ad appurare come stessero le cose. Volevano solo i soldi, hanno detto delle bugie e si sono contraddetti tra loro. Abbiamo notato la loro arroganza, siamo stati perfino derisi per cui il mio unico obiettivo era andare via, senza raccogliere le provocazioni». Prima di lasciare Vis, Grosso ha dovuto pagare anche il pesce che la polizia ha trovato a bordo. «2.162 euro come risarcimento del presunto danno alla fauna croata».
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