Direttore delle Poste condannato: ha sottratto 418mila euro ai clienti

19 Novembre 2021

Alessandro Iannetti, ex responsabile dell’ufficio di Villamare di Cepagatti, deve scontare quattro anni Disposti l’interdizione dai pubblici uffici, la confisca dei beni e il pagamento di due provvisionali

PESCARA. Finisce con una condanna a quattro anni di reclusione e al risarcimento di tutte le parti civili costituite che verrà quantificato in sede civile, la vicenda giudiziaria dell’ex direttore delle Poste di Villamare di Cepagatti, Alessandro Iannetti, prima licenziato in tronco e poi finito sotto processo per peculato: per aver sottratto a dieci ignari correntisti postali un totale di circa 418mila euro in tre anni, dal 2015 al 2018.
Il gup Nicola Colantonio, che ha giudicato l’imputato con il rito abbreviato, ha anche disposto per lui l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, oltre al pagamento di una provvisionale di 50mila euro per le Poste e di 30 mila euro per due coppie di parti civili, stabilendo anche «la confisca dei beni attualmente sequestrati e quella per equivalente sulle somme di denaro, beni mobili ed immobili nella disponibilità del prevenuto fino all’ammontare del profitto dei reati pari a 418 mila euro».
«Avendone la disponibilità in ragione del suo ufficio», si legge nel capo di imputazione dei tre procedimenti che ieri sono stati tutti riuniti su richiesta dell’avvocato Dante Angiolelli, «in più occasioni si appropriava indebitamente di svariate somme di denaro di proprietà dei correntisti che le avevano affidate al suo ufficio; in particolare, all’insaputa dei predetti, dopo aver fatto loro sottoscrivere delle richieste di emissione di buoni postali fruttiferi per diverse migliaia di euro, si appropriava delle somme prelevate, arbitrariamente od in ossequio ai suddetti ordini di acquisto, dai loro libretti postali che gestiva direttamente in quanto affidatigli per ragioni di fiducia dalle parti offese, senza consegnarle ai suddetti e/o dar corso alle richieste di acquisti di titoli». I soldi sparivano dai conti correnti degli anziani pensionati che avevano instaurato un tale rapporto di fiducia con il direttore delle Poste che, quando venivano chiamati per sottoscrivere qualche altro fasullo acquisto di buoni postali, qualcuno si presentava addirittura con il caffè da offrirgli.
Tutto bene fino a quando un 82enne fece esplodere il caso con una denuncia nella quale affermava che sul suo conto non c’erano più 54mila euro, né tantomeno i buoni acquistati, e che quando era andato a chiedere spiegazioni non aveva più trovato il direttore. Una collega gli aveva detto che le ricevute che aveva erano soltanto carta straccia. «Mi faceva firmare delle ricevute», disse ai carabinieri, «e mi diceva di stare tranquillo perché i miei risparmi erano al sicuro, e grazie a lui avrebbero fruttato di più». Dopo quella denuncia arrivarono anche quelle di altre 9 malcapitati con i conti asciugati. Qualcuno perse 2.000 euro, una coppia di anziani 30mila euro; un’altra coppia 14mila e un’altra 56mila euro; e poi ancora un’altra coppia di clienti 81mila euro, fino ad arrivare a due fratelli che avrebbero perso 152mila euro. Tutti clienti residenti tra Cepagatti, Lettomanoppello e Loreto, che si sono costituiti parte civile insieme alle Poste che aveva chiesto un risarcimento di mezzo milione di euro e una provvisionale di 250mila euro. La procura chiese e ottenne anche il sequestro dell’autovettura dell’imputato (che nel frattempo aveva restituito alle Poste 46mila euro), visto che sul suo conto personale aveva soltanto 181 euro. Ma quando la Finanza fece accertamenti al Pra sull’auto, si accorse dell’escamotage attuato dall’imputato: Iannetti l’aveva intestata fittiziamente alla moglie per evitare la confisca, ma visto che non risultavano movimenti di denaro a riguardo, quel passaggio, anche per il gip che confermò il sequestro, era stato simulato.
Nella sua arringa difensiva, l'avvocato Angiolelli ha posto la questione della derubricazione del reato di peculato in quello di appropriazione indebita, chiedendo l’assoluzione per il suo assistito, anche sulla scorta del fatto che in quel periodo l’imputato era sotto stress perché lasciato solo a gestire l’ufficio. Non stando bene in salute, avrebbe mal gestito gli investimenti.